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Il Catajo e il suo re di pelo

Un castello enorme, un gatto rosso ed una sequoia che non c’è più

Il Catajo si mostra a Luvigliano di Torreglia (PD) come certi palazzi che hanno vissuto troppo per stare zitti: una mole rinascimentale che si allunga sul fianco dei Colli Euganei con l’aria di chi ha ancora molto da dire, ma decide di dirlo a metà. Ci sono arrivato con l’idea di perdermi tra decine di stanze affrescate, e invece la prima lezione del Catajo è stata proprio questa: si può visitare un castello enorme e vederne, in fondo, solo un frammento.

Le sale aperte al pubblico senza guida sono poche. Con la visita guidata se ne aggiungono altre, ma il conto finale resta sproporzionato rispetto alla mole dell’edificio: si cammina sapendo, ad ogni porta chiusa, che dietro c’è dell’altro. È una sensazione strana per un castello che di stanze ne ha a decine, un po’ come sfogliare un libro a cui hanno strappato metà delle pagine, lasciandoti comunque la trama principale, ma togliendoti quella voglia di scoprire cosa c’era scritto nei margini.

Il vero padrone di casa

Poi, in cortile, il sovrano del Catajo si è presentato di persona: un gatto rosso, spaparanzato al sole sulle pietre antiche, che si è fatto grattare il mento con la solennità di chi concede un’udienza. Non è un aneddoto isolato. Camminando tra le stanze visitabili, quello stesso gatto o meglio, la sua effige ricompare quasi ovunque: nelle schede informative di ogni sala, e persino in un ritratto che lo raffigura in abiti nobiliari, corona compresa, appeso al muro come un antenato di famiglia. Il Catajo, insomma, ha scelto il suo simbolo, e l’ha scelto con un gusto ironico che al castello va riconosciuto: altro che stemmi araldici, qui il vero patrono è un micio rosso che si fa fotografare meglio di certi nobili.

Il gigante mozzato

C’è un altro dettaglio che resta impresso, e stavolta non fa sorridere: nel parco, la base di quella che doveva essere una sequoia imponente. Il tronco è stato tagliato, e oggi resta solo quel disco enorme a raccontare le proporzioni di ciò che non c’è più. Guardarlo fa un certo effetto, un gigante silenzioso ridotto a cerchio nel prato, mentre tutt’intorno il parco prova a restare vivo.

Chi ha rimesso in piedi il Catajo

Vale la pena notare anche una targa, poco vistosa ma significativa, che ringrazia Vittorio Sgarbi per il contributo dato alla riqualificazione del castello. Un piccolo riconoscimento istituzionale che racconta, in controluce, la storia recente di questo luogo: un edificio salvato dall’incuria, riportato all’attenzione del pubblico, ma, a giudicare da quanto si visita oggi, non ancora del tutto restituito al suo potenziale.

Il bilancio

L’audioguida è tra le cose migliori dell’esperienza: puntuale, mai noiosa, capace di dare peso storico anche alle stanze più piccole. La visita, nel complesso, resta piacevole e vale il viaggio sui Colli Euganei. Ma il Catajo lascia addosso anche una piccola malinconia, quella di un luogo che potrebbe essere molto di più di quello che oggi si lascia vedere. Un castello con questa stazza, con questa storia, meriterebbe di aprire più porte e non solo quelle del cortile dove un gatto rosso, con l’aria di chi la sa lunga, continua a fare la guardia a tutto il resto.


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