Ci sono soldati ovunque. Davanti alle stazioni, ai monumenti, nelle piazze del sabato sera. Il cittadino li guarda, si sente un po’ più tranquillo e passa oltre. Quello che non vede è cosa c’è dietro quel mimetico: un militare che dorme da settimane lontano da casa, in una struttura che non vedeva ospiti da anni, e che per questo trattamento prende meno di un rider.
Nata come emergenza, diventata arredo urbano
Strade Sicure parte nel 2008 con un’idea semplice, un contingente limitato, per un periodo limitato, a dare una mano alle forze dell’ordine. Parliamo di circa tremila uomini per sei mesi. Diciotto anni dopo siamo a quasi settemila militari fissi, con una proposta sul tavolo per arrivare a diecimila. Un’emergenza che dura da quasi vent’anni non è un’emergenza…è un modello organizzativo. Solo che nessuno ha avuto il coraggio di chiamarlo così e soprattutto di pagarlo come tale.
Per quest’anno e per il prossimo sono stanziati circa 198 milioni di euro. Una cifra che fa un bel rumore nei comunicati. Il problema è quanta ne arriva davvero, e in che forma, a chi sta in strada.
Lontano da casa, e non per un weekend
Il militare di Strade Sicure viene spesso spedito in una città che non è la sua, a centinaia di chilometri dalla caserma di appartenenza. La ferma, nata da 120 giorni, è salita a 180. Sei mesi, in pratica, a vivere in un accantonamento. E qui arrivano le testimonianze che da anni raccolgono sindacati e associazioni. Strutture dismesse, stanze al limite della decenza, acqua calda e riscaldamento che vanno e vengono come le promesse in campagna elettorale.
Poi ci sono i turni. Sulla carta sono sei ore, con la cosiddetta “turnazione in quinta”: quattro turni e trentasei ore di riposo. Sulla carta. Perché nelle sei ore non rientrano gli spostamenti tra alloggio e sito di servizio, né il ritiro e la riconsegna delle armi. Il risultato è una giornata che si allunga in silenzio, un pezzo alla volta, e un riposo che si accorcia con lo stesso garbo. Aggiungi i richiami nei giorni di smonto per coprire i buchi di organico e capisci perché un permesso, da quelle parti, ha lo status di leggenda metropolitana.
Il conto in tasca
L’indennità omnicomprensiva, secondo le cifre che circolano da anni, è di 13 euro lordi al giorno se si presta servizio nella propria sede e di 26 se si è fuori sede, lordi, al giorno! Per stare in piedi sotto il sole di agosto o il gelo di gennaio con un’arma al fianco e la responsabilità di intervenire se serve. Lo straordinario viene pagato per una frazione di quello effettivamente fatto, e il resto si accumula in ore di recupero. Le interrogazioni parlamentari parlano di una media di trecento ore a testa, che nella pratica non si riesce a smaltire. Ore che esistono, che sono state lavorate, e che restano lì a fare la muffa.
E quando i soldi arrivano, non è detto che arrivino in tempo. I ritardi nei pagamenti sono una costante delle segnalazioni. Un classico: si chiede al militare di essere puntuale al secondo, ma lo Stato si riserva il lusso della flessibilità sull’accredito.
Il paradosso del “ringraziamento”
Ogni governo, di ogni colore, ha speso parole nobili per questi uomini e queste donne. Ogni governo ha poi rinnovato e potenziato l’operazione, perché politicamente rende. La sicurezza percepita si vende bene, e un soldato in piazza è lo spot più economico che esista! Economico soprattutto perché, appunto, costa poco. Se ci fosse da pagare davvero il valore di questo servizio, magari la discussione sarebbe meno entusiasta.
C’è poi una questione che nessuno ama affrontare. Un esercito addestrato a fare l’esercito viene impiegato in modo stabile in funzioni di presidio urbano. Significa sottrarre tempo all’addestramento, logorare mezzi e uomini, e caricare sulle Forze Armate un compito che il Paese non ha voluto o saputo risolvere assumendo personale nelle forze di polizia. Il militare non protesta per il lavoro in sé, la maggior parte lo svolge con serietà e ne riconosce l’utilità. Protesta, quando può, perché gli viene chiesto di più senza che nessuno si prenda la briga di sistemare le basi del servizio.
Cosa servirebbe, senza troppa fantasia
Non servono rivoluzioni, servono quattro cose banali. Alloggi decenti, perché dormire in una stanza fatiscente non è parte della missione. Turni che contino anche gli spostamenti, perché il tempo di lavoro è tutto quello in cui sei a disposizione. Indennità che somiglino a un compenso e non a un’elemosina. Pagamenti puntuali. Più, se vogliamo esagerare, un piano serio per smaltire le ore di recupero che si accumulano da anni.
Prima di annunciare i diecimila uomini, qualcuno dovrebbe spiegare come intende trattare i settemila che ci sono già. Perché la sicurezza, quella vera, non si costruisce solo con le divise in strada: si costruisce anche con chi quella divisa la indossa e non deve vergognarsi di dire in che condizioni lavora.
Vady
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