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Il varano di Montichiari: sparito nel nulla o finito in una fossa?

C’era una volta un varano. Anzi, forse no: forse non c’è mai stato, o forse c’è ancora, o forse — ed è l’ipotesi che a Montichiari nessuno pronuncia ad alta voce ma che tutti coltivano in privato — non c’è più da un pezzo, e a togliergli di mezzo ci ha pensato qualcuno con uno zappone e una lunga lista di galline scomparse.

Riassunto delle puntate precedenti, per chi in questi giorni pensava a cose serie tipo le ferie: il 17 luglio un bracciante agricolo fotografa un rettile lungo un metro e mezzo in un fosso tra Montichiari e Calcinato. Pochi giorni dopo, seconda segnalazione a dieci chilometri di distanza, vicino all’aeroporto. Il sindaco Marco Togni, sentito il veterinario, conferma trattarsi di un Varanus salvadorii, fino a venti chili di peso, specie il cui possesso è vietato in Italia. Ordinanza, zona interdetta, droni con termocamera, Carabinieri Forestali, Polizia Provinciale. Il varano, va detto a suo merito, si è comportato da vero professionista della latitanza: mai più visto, mai più fotografato, mai più nulla.

L’appello che dice tutto senza dire niente

Ed è qui che la vicenda smette di essere semplice folklore estivo e comincia a puzzare di reticenza collettiva. Il 31 luglio, con le ricerche ormai in stallo, il sindaco Togni affida ai social un appello che meriterebbe di essere incorniciato negli annali della comunicazione istituzionale italiana: “Non mi interessa se il varano è morto, né per mano di chi. Mi interessa solo che venga rinvenuto. Se qualcuno sa dov’è il corpo, chiedo semplicemente che sia posizionato sul margine di una strada, ben visibile a tutti, così chiudiamo questa vicenda. Facciamola finita.”

Rileggetela con calma, questa frase. Un primo cittadino non chiede “l’avete visto?” o “è ancora vivo?”. Chiede, testuale, di non doversi occupare del “per mano di chi”. È la formula diplomatica con cui la politica italiana, da sempre, gestisce le cose che sa ma non può dire: un’amnistia preventiva offerta a chiunque, in queste settimane, abbia deciso di risolvere il problema-varano con mezzi più sbrigativi di un drone termico.

La cronologia del silenzio

Il 6 agosto l’ordinanza scade. Il sindaco lo comunica con un post lungo, quasi commosso, in cui ammette candidamente: “Non so che fine abbia fatto il varano. L’unica cosa certa è che in questi quindici giorni non è stato trovato.” Nessuna traccia nonostante trappole, droni, sopralluoghi congiunti tra Forestale e Polizia Provinciale. Un animale di quella stazza — venti chili, oltre un metro di lunghezza — semplicemente sparito nel nulla in una delle zone agricole più antropizzate della Pianura Padana, dove ogni metro quadrato è coltivato, irrigato, monitorato e attraversato quotidianamente da trattori e braccianti.

E qui viene il bello: dopo il 6 agosto, del varano non si parla praticamente più. Non ufficialmente, almeno. La storia si è sgonfiata di colpo, sostituita nell’agenda mediatica dalla sua stessa celebrità: articoli sul Times, sulla Bbc, sull’Independent, meme a raffica, l’idea — lanciata dallo stesso Togni — di farne la mascotte del paese, magari accanto al San Giorgio e il drago del Castello Bonoris. Tutto molto simpatico. Tutto molto distante dalla domanda semplice che nessuno fa più: dov’è finito, materialmente, l’animale?

Il sospetto che tutti hanno e nessuno scrive

Facciamo un po’ di conti in tasca alla logica, va. Un varano di quelle dimensioni non si volatilizza. O è ancora libero da qualche parte — e allora perché droni e termocamere non lo hanno mai intercettato, nemmeno per un fotogramma, in quindici giorni di ricerche intensive? — oppure qualcuno lo ha trovato prima delle autorità. E chi è che, in una zona di campagne e aziende agricole, si trova ogni mattina davanti al pollaio decimato da un predatore mai identificato prima? Chi è che, in Italia, tra legittima difesa del proprio bestiame e insofferenza per un rettile esotico e potenzialmente pericoloso, non aspetta certo l’ordinanza del sindaco per agire?

Non lo scriviamo per accusare nessuno: lo scriviamo perché è l’ipotesi più semplice, quella che il rasoio di Occam suggerirebbe a chiunque non fosse impegnato a trasformare un possibile abbattimento clandestino in gadget turistico. Un contadino stanco, un attrezzo agricolo, una fossa scavata in fretta lontano da occhi indiscreti: risolve tutto. Risolve la sparizione, risolve il silenzio delle ultime settimane, risolve persino la formula scelta — non a caso — dal sindaco per chiudere la faccenda senza aprire un fascicolo.

Perché diciamocelo: se il corpo fosse davvero comparso sul margine di una strada, come richiesto, lo sapremmo tutti. Non è comparso. Il che lascia solo due possibilità, entrambe scomode: o è ancora vivo e la macchina della ricerca istituzionale ha fallito clamorosamente, oppure chi lo ha “gestito” ha preferito non farsi vivo nemmeno davanti a un’amnistia offerta gratis dal primo cittadino. In entrambi i casi, la narrazione ufficiale — quella del mistero acchiappa-turisti, della mascotte, del Nessie di Montichiari — è più comoda della verità. E la comodità, si sa, in Italia vince sempre sulla verità.

Nel frattempo Montichiari ha il suo drago senza fuoco, i suoi souvenir ideali, il suo Times che la cita. E il varano, vivo o morto che sia, resta l’unico a non aver mai rilasciato dichiarazioni.

— Vady


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