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Fontanarossa e l’Etna: la Sicilia che brucia (letteralmente) da vent’anni la stessa emergenza

Ogni volta che l’Etna tossisce, l’aeroporto di Catania va in terapia intensiva. Succede da decenni, si ripete ogni estate, e ogni volta scopriamo la stessa cosa: nessuno ha mai davvero risolto il problema, si è solo imparato a conviverci un po’ meglio. Vediamo cosa sta succedendo, cosa è già stato fatto, e cosa si potrebbe fare sul serio invece di riscoprire l’acqua calda ogni agosto.

La cronaca: un’emergenza che dura da giorni

Partiamo dai fatti, perché qui non servono le opinioni: l’attività eruttiva dell’Etna, iniziata il 7 agosto 2026, ha lasciato a terra circa 700 voli tra cancellazioni e mancati arrivi all’aeroporto di Catania-Fontanarossa, con oltre 100.000 passeggeri coinvolti in piena stagione turistica, secondo i dati della SAC, la società che gestisce lo scalo. E non è finita lì: nei giorni successivi la situazione è peggiorata ulteriormente, con nuove chiusure prolungate di settori dello scalo e sospensioni totali di arrivi e partenze che si sono susseguite quasi ogni giorno di Ferragosto.

Ancora oggi, 17 agosto, la situazione non si è normalizzata: nuove ed intense attività esplosive sono state segnalate dal cratere Voragine e la cenere continua a bloccare parzialmente Fontanarossa, mentre la SAC ha definito questa fase l’emergenza Etna più difficile degli ultimi vent’anni. Nella mattinata è stata disposta la chiusura di due settori dello scalo, con gli arrivi limitati a cinque aerei l’ora fino alle 14, mentre le partenze restano senza restrizioni. Un vulcano che decide, giorno per giorno, quanti aerei possono atterrare in uno scalo che serve tutta la Sicilia orientale: se vi sembra un modo folle di gestire un’infrastruttura strategica, non siete voi ad avere un problema.

Il quadro più drammatico l’ha offerto il 14 agosto: tra il 6 e il 12 agosto circa 630 voli previsti su Catania sono stati dirottati altrove, mentre su quasi duemila collegamenti in programma è stato cancellato circa il 36%. Un aeroporto che perde più di un terzo del proprio traffico nel giro di una settimana non è un incidente di percorso: è un sistema che non regge, punto. E nel frattempo, dentro il terminal, restavano centinaia di persone in attesa di essere trasferite verso altri scali, con voli deviati su Comiso, Palermo e Trapani che hanno fatto quel che potevano per tamponare il flusso.

Il conto economico, per chi ancora pensasse che si tratti “solo” di disagi personali, lo ha fatto Assoercenti Sicilia: in soli quattro giorni di crisi, il volume di spesa turistica potenzialmente coinvolto viene stimato tra i 12,8 e i 24 milioni di euro, con la richiesta esplicita di passare finalmente dalla gestione dell’emergenza a una programmazione preventiva seria. Chiedere non costa nulla, evidentemente.

Perché un vulcano a decine di chilometri ferma gli aerei

Qui vale la pena spiegare, per chi si chiede perché basti un po’ di cenere a mandare in tilt il quinto scalo italiano per traffico passeggeri. La cenere vulcanica, se ingerita dai motori, è abrasiva e può danneggiarli seriamente: non è prudenza esagerata, è fisica. Il problema, come ha spiegato il direttore del dipartimento Vulcani dell’INGV Stefano Branca, è che a creare i problemi maggiori non è tanto la quantità di cenere quanto la direzione dei venti, che quando soffiano verso sud spingono la nube proprio sopra l’aeroporto. E qui arriva la parte più scomoda: i sistemi di monitoraggio permettono di individuare l’inizio di un’eruzione, ma stabilirne la fine resta un esercizio impossibile. Tradotto: nessuno può dire a chi ha un volo prenotato quando tutto tornerà normale. Si vive alla giornata, bollettino dopo bollettino.

Non è la prima volta. Anzi, è la normalità

E qui casca l’asino, perché la narrazione dell'”emergenza imprevedibile” regge solo se si ha la memoria corta. Fontanarossa convive con l’Etna da sempre, e la storia recente è un elenco impressionante di stop: nel maggio 2023 lo scalo restò fermo per circa 24 ore, mentre nell’agosto dello stesso anno un episodio di cenere vulcanica portò a uno stop dalla mattina fino alle 6 del giorno successivo. Nel 2024 si sono registrati altri due episodi significativi: il 5 luglio con una chiusura di alcune ore e il 23 luglio con uno stop che si è protratto per gran parte della giornata. E ancora più indietro: nell’estate 2024 c’è stata un’attività fortissima durata due giorni, mentre nel 2021 si sono registrati addirittura 60 episodi di disturbo alle operazioni aeroportuali. Sessanta. In un anno solo.

La svolta vera, quella che tutti citano come spartiacque, risale al 2002: un’eruzione considerata tra le più esplosive degli ultimi cento anni, arrivata dopo che già nel 1979 la stampa nazionale riportava la chiusura dello scalo per diverse ore perché la cenere aveva reso viscide le piste. Quasi mezzo secolo di articoli identici, cambiano solo le date. Nel frattempo il traffico passeggeri è esploso: Fontanarossa è oggi il quinto aeroporto italiano, con oltre 12,3 milioni di passeggeri l’anno, e più cresce il traffico, più cresce il conto di ogni chiusura.

Le soluzioni prese davvero (poche, tardive, parziali)

Diciamolo con onestà: qualcosa è stato fatto, non è tutto immobilismo. Nel gennaio 2010 il Dipartimento della Protezione Civile ha installato sul sedime aeroportuale un radar in banda X a doppia polarizzazione per il monitoraggio delle nubi di cenere vulcanica, uno strumento che oggi consente almeno di sapere in tempo reale cosa sta arrivando, anche se non risolve il problema di fondo. Poi c’è stata la carta di Comiso: già nel 2003 l’ENAC lo descriveva come infrastruttura complementare a Fontanarossa utile in presenza di nubi vulcaniche, e nel 2011, dopo un’ennesima chiusura, l’allora presidente ENAC lo indicò come unica alternativa in casi simili. Lo scalo ragusano è stato aperto al traffico civile solo nel 2013, dieci anni dopo la prima proposta — perché in Italia anche le idee giuste vanno servite fredde — ma con un difetto strutturale insormontabile: Comiso ha soltanto sei piazzole di sosta per gli aerei e non è in grado di assorbire davvero i voli e i passeggeri dirottati da Catania, oltretutto essendo anch’esso esposto alla cenere quando cambia il vento.

Sul fronte infrastrutturale è in corso un progetto più ambizioso: l’interramento della tratta ferroviaria Acquicella-Bicocca, necessario per allungare la pista di Fontanarossa dagli attuali 2.436 metri a 3.100, che permetterebbe l’atterraggio di aerei più grandi e aprirebbe lo scalo a rotte intercontinentali a pieno carico. Utile per il traffico futuro, ma è bene essere chiari: allungare la pista non toglie un solo grammo di cenere dal cielo quando l’Etna decide di eruttare.

Infine, la misura più recente, presa letteralmente in queste ore: è stato istituito un fondo dedicato alle emergenze aeroportuali per rafforzare la capacità di risposta del sistema, mentre la Cna Sicilia chiede con urgenza un provvedimento di ristoro immediato per le imprese turistiche, ricettive e logistiche colpite, con indennizzi per i voli cancellati e un credito d’imposta straordinario per le PMI, da erogare entro fine estate. Bene, benissimo. Peccato che sia sempre la stessa sequenza: emergenza, promesse, fondo tampone, silenzio fino alla prossima colata.

La soluzione che nessuno ha mai voluto prendere sul serio

E qui arriviamo al punto che la politica preferisce non toccare: spostare l’aeroporto non è mai stata un’idea peregrina, è stata scritta nero su bianco più di vent’anni fa e poi archiviata. Nel 1999 il Piano territoriale provinciale di Catania, promosso dall’allora presidente della Provincia Nello Musumeci, segnalava la vulnerabilità di Fontanarossa legata alla vicinanza al vulcano e prevedeva uno studio preliminare per un nuovo scalo “baricentrico” nella Piana tra Catania ed Enna, pensato per servire sette province su nove al riparo dai disagi vulcanici. La proposta non trovò mai seguito politico ed economico. Oggi lo stesso Musumeci, diventato ministro, rivendica di aver posto il problema per primo un quarto di secolo fa — il che è tecnicamente vero e politicamente imbarazzante, perché significa che chi doveva agire ha avuto tutto il tempo per farlo e non l’ha fatto.

La verità, per quanto scomoda, è questa: finché la scelta resta tra “potenziare Fontanarossa dov’è” e “spostarla altrove”, e finché ogni governo regionale sceglie sistematicamente la prima opzione perché costa meno e non tocca interessi consolidati attorno allo scalo attuale, la Sicilia orientale continuerà a fermarsi ogni volta che il vulcano si sveglia. Non è un problema tecnico irrisolvibile. È un problema di volontà politica che manca da tre decenni, mascherato ogni estate da “emergenza imprevedibile”.

Cosa si potrebbe fare, davvero, per non ritrovarci qui tra un anno

  • Piano di dirottamento strutturale, non improvvisato: protocolli automatici e pre-negoziati con Palermo, Trapani e Comiso per assorbire quote fisse di traffico appena scatta l’allerta cenere, invece di scoprire ogni volta in corsa quanti posti ci sono altrove.
  • Potenziamento reale di Comiso, non solo sulla carta: più piazzole, collegamenti rapidi verso Catania e Ragusa, così da renderlo un vero scalo di riserva e non un cerotto da sei posti aereo.
  • Fondo di compensazione strutturale e permanente per imprese turistiche e passeggeri, non un fondo istituito in emergenza sotto pressione mediatica, ma una misura stabile che scatta automaticamente al superamento di soglie di chiusura prestabilite.
  • Investimenti su sistemi di previsione più precisi sulla durata e direzione delle nubi di cenere, in coordinamento stabile con i centri europei di monitoraggio, per dare ai passeggeri margini di preavviso reali invece di bollettini ogni poche ore.
  • Riaprire seriamente il dossier del secondo scalo nella Sicilia orientale, aggiornando lo studio del 1999 con i numeri di traffico di oggi, invece di richiuderlo nel cassetto alla prima schiarita di cielo.

La chiosa, tanto per cambiare

L’Etna non è imprevedibile: erutta da millenni, e continuerà a farlo molto dopo che noi saremo tutti spariti. L’unica cosa davvero imprevedibile, in questa storia, è la memoria della classe dirigente siciliana e nazionale, capace di riscoprire ogni agosto lo stesso problema con la stessa faccia sorpresa. Nel frattempo restano a terra loro: turisti, lavoratori, imprese che pagano il conto di trent’anni di rinvii. Il vulcano fa il suo mestiere. Chi doveva fare il proprio, molto meno.

Vady


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