Ci sono confessioni che chiudono un caso e confessioni che ne aprono dieci. Quella di Valter Lavitola appartiene alla seconda categoria, e mi tocca dirlo con tutta la freddezza che l’assurdo merita: l’uomo che si è autoaccusato di essere il mandante dell’attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci ha anche spiegato, davanti al gip, che l’ha fatto per il bene del giornalista. Non un raptus, non un’ammissione strappata dopo ore di pressing. Una linea difensiva. Studiata, dichiarata, messa a verbale.
I fatti, per chi ha perso la serie
Il 16 ottobre 2025 un ordigno rudimentale esplode davanti casa di Sigfrido Ranucci a Campo Ascolano, frazione di Pomezia: auto danneggiate, cancello colpito, nessun ferito. Le indagini partono cercando un movente legato alle inchieste di Report, come ovvio che sia per chi fa quel mestiere in questo paese. A fine giugno vengono arrestati quattro presunti esecutori materiali. Poi, a inizio agosto, il salto di qualità: viene arrestato Valter Lavitola, imprenditore già indagato come mandante, ritenuto a rischio fuga per contatti in Camerun e un viaggio in Africa saltato solo perché nel frattempo gli avevano notificato una perquisizione. L’accusa, va detto senza sconti, è pesante: strage aggravata dal metodo mafioso.
Ed è qui che la vicenda smette di essere solo cronaca nera e diventa un caso politico a tutti gli effetti, perché dagli atti emerge che il progetto di Lavitola su Ranucci era iniziato ben prima dell’attentato, con una chat del 2024 in cui lo incoraggiava a un futuro da presidente. Secondo gli inquirenti l’obiettivo era accrescere la popolarità dell’amico giornalista per spianargli la strada in politica e diventarne poi lo spin doctor. Tradotto: non un attentato contro Ranucci, ma un attentato costruito, secondo l’accusa, come trampolino per Ranucci.
“L’ho fatto per il suo bene”
Martedì 12 agosto, dopo oltre cinque ore di interrogatorio di garanzia nel carcere di Rebibbia, Lavitola ammette di essere la mente dietro l’attacco al conduttore di Report, confermato dal suo avvocato. La spiegazione fornita, però, è quella che merita un posto d’onore nell’albo della difesa creativa italiana: l’ordigno sarebbe stato piazzato perché Ranucci era considerato in pericolo, minacciato, e serviva a fargli alzare i livelli di protezione. E in effetti, dal punto di vista puramente pratico, ha funzionato: la scorta di Ranucci, che prima contava due uomini, è più che raddoppiata arrivando a otto agenti con protezione a ferro di cavallo.
Fermatevi un secondo su questo schema logico, perché è di una linearità quasi elegante: faccio esplodere una bomba per dimostrare che sei in pericolo, e la prova che sei in pericolo è che ho fatto esplodere una bomba. È il classico “gli ho rotto un braccio per fargli capire che deve andare in ospedale”. Se questa è la versione destinata a reggere in aula, buona fortuna.
Resta aperta, e giustamente, la domanda che pesa più di tutte: quanto Ranucci sapesse o non sapesse. Su questo, al momento, gli inquirenti sono stati netti: non c’è alcun elemento per ritenere che il giornalista fosse a conoscenza dei piani di Lavitola o d’accordo con lui. Lo scriviamo chiaro, perché non esiste un’incriminazione a suo carico e inventarne una sarebbe disonesto. Ma “nessun elemento per ora” non è la stessa cosa di “caso chiuso”, e chi conosce anche solo superficialmente il modo in cui si muovono queste inchieste sa che le due frasi non sono intercambiabili.
Il rapporto Ranucci-Lavitola: più stretto di quanto raccontato all’inizio
Ed è qui che la faccenda smette di essere solo “il matto che ha piazzato la bomba” e diventa una storia con più di un buco. Perché la loro non era una conoscenza superficiale: la frequentazione tra Ranucci e Lavitola risalirebbe almeno a inizio 2022, e dall’analisi dei cellulari sarebbero emersi almeno 72 contatti telefonici tra i due tra marzo e luglio 2024. Un’amicizia consolidata, non un incontro occasionale finito male. Lo stesso Ranucci l’ha definita un rapporto nato dopo che Lavitola era stato oggetto di inchieste di Report, diventando poi una fonte importante per altri servizi della trasmissione.
E non è finita qui, perché il coinvolgimento sfiora anche la redazione: la Procura ha sentito Daniele Autieri, autore dell’inchiesta sul cantiere navale Vittoria che secondo lo stesso Ranucci sarebbe la causa scatenante dell’attentato, per approfondire i rapporti tra i giornalisti del programma e Lavitola, e risulterebbe che la produzione avesse chiesto un pass per far entrare Lavitola in redazione, la prima volta già nel 2019. Nel frattempo la Rai ha sospeso in via cautelativa le repliche estive di Report e ha avviato verifiche interne tramite il Comitato Etico “a tutela dell’azienda, delle persone coinvolte e dei principi del servizio pubblico”.
E gli stessi inquirenti, va detto con onestà, non hanno affatto chiuso la porta: le indagini non escludono alcuna pista, comprese verifiche sul ruolo dello stesso conduttore e sui suoi rapporti con Lavitola, e Ranucci, sentito come testimone, ha spiegato che gli investigatori stanno ricostruendo insieme a lui anche altre inchieste di Report potenzialmente collegate al contesto in cui operavano gli arrestati. Chi grida al complotto contro Ranucci sta esagerando. Ma chi liquida ogni dubbio come sciacallaggio sta facendo lo stesso identico errore, dalla parte opposta.
Su questo giornale non facciamo sconti a nessuno solo perché indossa il vestito della vittima. Essere il bersaglio di un attentato non rende automaticamente qualcuno estraneo a tutto ciò che gli succede intorno: sono due piani diversi, e tenerli separati non è un attacco a Ranucci, è semplicemente fare le domande che qualunque cronista serio farebbe su chiunque altro. Se le indagini confermeranno che non sapeva nulla, saremo i primi a scriverlo senza se e senza ma. Ma fino ad allora, ridurre tutto a “vittima innocente contro cattivo mandante” è una narrazione comoda, non un fatto accertato.
Lo sciacallaggio, quello vero
E veniamo alla parte che a Il Punto Critico interessa più della cronaca giudiziaria: il contorno. Perché un giornalista che salta quasi in aria davanti a casa sua dovrebbe essere un fatto su cui il mondo politico si compatta, almeno per una settimana. Invece l’avvocato di Ranucci, Roberto De Vita, ha dovuto denunciare pubblicamente che per alcuni giornalisti ed esponenti politici l’attentato è diventato il pretesto per regolare i conti con Report e i suoi giornalisti, in una strategia volta a delegittimare il giornalismo d’inchiesta.
Diciamola tutta: che un’inchiesta scomoda faccia arrabbiare qualcuno è fisiologico, fa parte del gioco. Ma trasformare un ordigno esploso davanti a un’abitazione privata in materiale per una polemica di bottega è un salto di livello che dovrebbe imbarazzare chiunque lo faccia, indipendentemente dalla casacca politica. Qui non stiamo giudicando una puntata di Report che non ci è piaciuta: stiamo parlando di un reato con l’aggravante del metodo mafioso. La distinzione, per chi la sta smarrendo, è enorme.
La linea di questo giornale, su chi minaccia o attacca chi fa informazione, non cambia a seconda di chi sta scomodo in quel momento: prima la sicurezza di chi fa il proprio lavoro, poi tutto il resto, comprese le critiche legittime a un programma o a un conduttore. Chi inverte l’ordine delle priorità sta facendo un altro mestiere, e non è il giornalismo.
Cosa resta da capire
Sul piano investigativo la partita è tutt’altro che chiusa. C’è un mandato di arresto ancora da eseguire per il factotum di Lavitola, il cittadino camerunense Clesio Tavares Gomes, ritenuto l’anello tra il mandante e gli esecutori materiali e attualmente in Africa, con la procura pronta ad avviare l’estradizione. E resta da chiarire, come ha chiesto lo stesso legale di Ranucci, l’intero contesto in cui è maturata questa storia: un’amicizia, ambizioni politiche, e un attentato che secondo l’accusa doveva servire a costruire una carriera anziché a fermarla.
Una cosa però, oggi, si può già scrivere senza aspettare le carte definitive: se davvero le indagini confermeranno questa ricostruzione, avremo assistito a un caso più unico che raro nella storia recente. Un attentato pensato non per zittire un giornalista, ma — nella testa di chi lo avrebbe ordinato — per lanciarlo. Complimenti, ci voleva fantasia. Peccato che nel frattempo qualcuno abbia rischiato di saltare in aria davanti a casa propria.
Vady
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