C’è un colle, tra le Terme di Abano e i boschi dei Colli Euganei, che un vescovo del Cinquecento scelse per fondarci non una fortezza, non un convento severo, ma il capriccio più elegante che la Chiesa padovana si sia mai concessa: una casa per l’ozio. Non l’ozio dei pigri, sia chiaro. Quello dei letterati, di chi crede che pensare in pace sia già una forma di preghiera.
Siamo a Luvigliano di Torreglia, provincia di Padova, e la casa in questione è Villa dei Vescovi: costruita tra il 1535 e il 1542 per volere del vescovo Francesco Pisani, su progetto dell’architetto veronese Giovanni Maria Falconetto e sotto la supervisione dell’erudito Alvise Cornaro. Una domus all’antica romana, geometrica e simmetrica, pensata come “macchina per guardare il paesaggio” ben prima che Palladio costruisse quasi tutto ciò per cui lo ricordiamo oggi. All’interno, gli affreschi del fiammingo Lambert Sustris raddoppiano in pittura le arcate vere della villa, aprendo su paesaggi dipinti che imitano quelli reali visibili dalle finestre: un gioco di specchi che allora, più che un vezzo estetico, era un modo per non staccarsi mai davvero dal panorama.
Dopo secoli da residenza vescovile, la villa passa di mano più volte nel Novecento, finché nel 1962 la acquista Vittorio Olcese, che ne avvia il recupero. Nel 2005 la famiglia la dona al FAI — Fondo per l’Ambiente Italiano — “in memoria di Vittorio Olcese”, come recita ancora la targa d’ingresso. Il restauro si conclude nel giugno 2011, e da allora la villa è aperta al pubblico.
Cosa trova chi sale fin qui
Il percorso di visita comincia già fuori, nella corte all’italiana con le aiuole che ricalcano il disegno rinascimentale, chiusa da un alto muro merlato con tre portali. È da questi archi che si affaccia per la prima volta sul brolo: tre ettari e mezzo tra vigneti, frutteti e un laghetto in cui la villa si specchia, dentro una proprietà che in totale ne misura circa sei. Un posto pensato per essere attraversato senza fretta, magari con un libro sottobraccio, all’ombra di un albero o sotto il loggiato.
All’interno, le stanze si susseguono cambiando misura e carattere: si passa dalla Sala delle Figure all’Antica, l’ambiente più ampio del piano nobile, alla più raccolta Stanza del Putto, allestita come camera da letto, fino alla sala con il monumentale letto a colonne che forse fu proprio del vescovo, e a quella dominata da un grande camino. Non mancano tocchi meno solenni, come il bagno d’epoca più recente, allestito con pezzi di recupero e di antiquariato per gli ultimi proprietari privati — un dettaglio che ricorda come questa non sia mai stata una villa-museo congelata nel tempo, ma una casa vissuta fino a pochi decenni fa. Sulle pareti, oltre alla già citata Sala delle Figure all’Antica, spiccano la Sala di Apollo e Orfeo e la Sala delle Grottesche, con il suo fregio di ghirlande, aironi e figure che rincorrono un’idea di natura reinventata dal pennello.
Ma è uscendo sulle logge che la villa rivela il suo vero scopo. Da un lato la vista spazia sulla pianura verso Padova e Montegrotto, dall’altro sui Colli Euganei che si accavallano fino all’orizzonte: le terrazze, attrezzate con tavolini per l’aperitivo, sono probabilmente il punto in cui capire meglio perché un vescovo del Cinquecento abbia scelto proprio questo poggio per fermarsi a pensare. Chi visita in autunno trova i vigneti che circondano la villa colorati di ruggine; in primavera, il brolo in fiore che fa da contrappunto verde agli affreschi.
La visita si può fare in autonomia o con una guida — il FAI organizza visite guidate nei weekend, generalmente senza necessità di prenotazione — e all’interno della proprietà si trovano anche un bistrot e un’enoteca dedicata ai vini dei Colli Euganei, utili per trasformare la tappa in una sosta più lunga. Chi vuole allungare ulteriormente il soggiorno può pernottare nella Mansarda del Frutteto o nella Mansarda del Vigneto, due appartamenti ricavati nell’ultimo piano della villa: dormire dove per secoli hanno dormito i vescovi padovani, con la sola differenza che oggi, almeno, non serve prendere i voti per accedere.
Villa dei Vescovi non è la villa veneta più fotografata, né quella con il nome più ingombrante in copertina. Ma è, forse proprio per questo, uno di quei luoghi che si godono meglio: silenziosi, meno affollati, capaci di restituire a chi ha voglia di salire fin lassù l’idea originaria per cui erano nati. Un posto per pensare bene. E, se possibile, per pensare in bellezza.
Vady
Scopri di più da vady.it
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
