C’è un plastico bellissimo. Un rendering con un bosco al centro, uno specchio d’acqua, giardini pensili, una “città della salute” immersa nel verde firmata da un archistar di fama internazionale. E poi c’è la realtà, quella fatta di reparti esternalizzati, infermieri che mancano a decine e pronto soccorso sovraffollati a trenta chilometri di distanza. Benvenuti nel racconto del nuovo ospedale di Cremona, dove l’unica cosa che cresce più velocemente del cantiere è il conto.
Un progetto che cambia prezzo come cambia stagione
Proviamo a mettere in fila i numeri, esercizio che a quanto pare nemmeno chi dovrebbe governare l’operazione riesce a fare con coerenza. Nel 2021 il Protocollo d’Intesa parlava di 330 milioni di euro. Pochi mesi dopo, negli Accordi di Programma, la cifra scende a 280,7 milioni. Nell’agosto 2025 risale a 438,2 milioni, “a causa dell’aumento dei prezzi”, ci dicono. E nello stesso identico documento regionale, in allegato, spunta un’altra cifra: 606,7 milioni. Poi arriva chi parla di un investimento che sfiora il miliardo. Quattro cifre diverse, riferite allo stesso identico ospedale, prodotte dagli stessi identici enti, nel giro di quattro anni.
Non è “lievitazione dei costi”, è un termometro rotto. Se un privato presentasse un business plan che oscilla tra 280 e 600 milioni a seconda di quale foglio Excel apri, nessuna banca gli darebbe un euro. Qui invece si continua a firmare delibere, mentre i cittadini dei 65 Comuni serviti dall’ASST non hanno mai visto un confronto ufficiale, documentato, tra la demolizione-ricostruzione e la riqualificazione dell’ospedale esistente. Su un’opera da centinaia di milioni di soldi pubblici, questo silenzio non è normale amministrazione: è la certificazione che qualcuno, da qualche parte, preferisce non far fare i conti a chi paga.
2031, 2038, o quando capita
Il primo cronoprogramma, quello del 2023, prometteva l’inaugurazione entro il 2024. Poi il 2030. Poi il 2031, con inizio lavori a novembre 2026. Ma il documento tecnico degli stessi progettisti, letto con attenzione da chi si è preso la briga di farlo, parla di un cantiere che durerà dieci anni e otto mesi: se si parte davvero nel 2027-2028, la fine lavori realistica scivola verso il 2038. Nel frattempo, la procedura ambientale obbligatoria per l’impatto sulle acque sotterranee è stata archiviata a febbraio 2026 dal Comune di Cremona perché l’ASST non ha risposto in tempo, ed è da rifare da zero. Il sistema geotermico previsto per riscaldare e raffrescare la struttura viene classificato dagli stessi progettisti come impatto “rilevante” e “non compatibile” nella configurazione standard. Tradotto dal burocratese: non sappiamo ancora come risolvere un problema tecnico piuttosto centrale, ma nel frattempo il preventivo continua a salire.
Il problema che nessun rendering risolve
E qui arriviamo al punto vero, quello che il verde del parco e lo specchio d’acqua non riescono a nascondere: mentre si discute di un ospedale nuovo da mezzo miliardo o giù di lì, quelli che esistono già stanno franando sotto il peso della carenza di personale. All’Oglio Po di Casalmaggiore, presidio che serve un bacino di oltre ottantamila persone, il reparto di Medicina Generale è stato dato in appalto a una cooperativa privata a dicembre 2025, dopo mesi in cui i posti letto erano stati tagliati da 48 a 41 per mancanza di infermieri. Il direttore generale ASST lo ha detto chiaro: mancano tra i 60 e i 70 infermieri, a fronte di 90-100 dimissioni l’anno e appena una trentina di nuove assunzioni. Punto nascite chiuso, ostetricia e ginecologia smantellate, cardiologia a corto di medici, unità coronarica a rischio. E adesso, ad agosto 2026, la CGIL denuncia che dopo l’Oglio Po e gli Ospedali di Comunità di Soresina e Casalmaggiore tocca anche all’Ospedale di Comunità di Cremona, con l’esternalizzazione della Medicina del capoluogo che si profila come prossimo tassello.
Sul fronte della medicina di base va anche peggio: l’ultimo bando per assegnare 79 incarichi vacanti nel territorio cremonese ha raccolto due candidati. Due, per settantanove posti. A Casalmaggiore, sedici posti vacanti su sedici.
Quindi la domanda, semplice semplice, che il Movimento per la riqualificazione dell’Ospedale di Cremona pone da mesi senza ricevere risposte pubbliche degne di questo nome è la seguente: ha senso versare mezzo miliardo o più in un edificio nuovo, con giardini pensili e spazi per lo svago, se poi in quell’edificio non ci saranno abbastanza medici e infermieri per farlo funzionare? O se quei soldi, distribuiti diversamente, potrebbero rimettere in piedi i presidi già esistenti, quelli che oggi garantiscono le cure a chi vive lontano dal centro città, a Casalmaggiore, a Soresina, nel Casalasco-Viadanese, e che stanno invece scomparendo un reparto alla volta?
Il punto critico
Non sto dicendo che Cremona non meriti un ospedale moderno: quello attuale ha decenni sulle spalle e i limiti strutturali sono reali. Ma un progetto che non riesce a darsi un prezzo definitivo, che archivia le proprie pratiche ambientali per inadempienza, che promette il 2031 e rischia il 2038, e che viene raccontato con fotorendering entusiasti mentre a trenta chilometri di distanza si chiudono i reparti per mancanza di personale, non è un progetto: è una scommessa fatta con i soldi degli altri. E la parte più indecente non è nemmeno la cifra, qualunque essa sia. È che nessuno, tra chi decide, ha ancora avuto il coraggio di mettere sul tavolo, in pubblico, un confronto onesto tra costruire da zero e rimettere in sesto quello che già c’è, distribuendo risorse anche a chi oggi un ospedale funzionante ce l’ha sempre meno vicino.
Finché quel confronto non arriva, ogni rendering resta quello che è: un bel disegno, pagato profumatamente, di un futuro che potrebbe non arrivare mai per chi, nel frattempo, un infermiere lo cerca oggi e non lo trova.
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