Gli sbarchi calano, i titoli di giornale festeggiano, e intanto nessuno parla della vera partita: chi è già qui, e chi ci resterà comunque, decreti e proclami permettendo. Nel primo semestre 2026 i migranti sbarcati sono stati poco più di 14mila, contro i 30mila dello stesso periodo 2025: un calo superiore al 50%, dati Viminale. Bene. Ma nei centri di accoglienza restano stipati oltre 137mila persone, e nel solo 2024 l’Italia ha ricevuto più di 158mila nuove domande d’asilo, terza in Europa dopo Germania e Spagna. Il problema non sono (solo) le barche. È tutto quello che succede dopo.
Perché restano anche quando dovrebbero andarsene
Delle oltre 78mila domande d’asilo esaminate nel 2024, quasi due terzi hanno avuto esito negativo: più di 50mila disconosciuti. Eppure il sistema italiano fatica cronicamente a trasformare un diniego in un’uscita reale dal Paese. Le ragioni sono note a chiunque abbia messo il naso in una questura: ricorsi che si accumulano nei tribunali, accordi di riammissione mancanti o deboli con diversi Paesi d’origine, identificazioni impossibili senza documenti, e un’economia sommersa che offre lavoro nero a chiunque sia disposto ad accettarlo, permesso di soggiorno o meno. Restare irregolari, in Italia, è spesso più facile che essere espulsi.
Il governo Meloni rivendica progressi veri: l’Italia è oggi seconda in Europa, dopo la Danimarca, per quota di rimpatri forzati (76,9% nel primo trimestre 2026, dati Eurostat), e il tasso di rimpatri sugli sbarcati sarebbe salito dal 10% del 2025 a percentuali comprese, a seconda della fonte, tra il 15 e il 35% nei primi mesi del 2026. Il dettaglio esatto cambia da comunicato a comunicato — e quando i numeri ballano così tanto, un minimo di sospetto è d’obbligo. Ma anche prendendo per buona la lettura più ottimistica, la matematica resta impietosa: se anche un rimpatrio su tre va a segno, gli altri due restano. Da qualche parte. Spesso qui.
I problemi che già viviamo
- Accoglienza satura e costosa: 137mila persone nei centri, tra CAS e SAI, con una spesa pubblica che continua a crescere senza un orizzonte di uscita chiaro.
- Giustizia intasata: ricorsi su ricorsi contro i dinieghi, con tempi che si allungano e finiscono per premiare chi ha meno diritto di restare, non chi ne ha di più.
- Integrazione lasciata al caso: nessun percorso obbligatorio di lingua, lavoro o educazione civica per chi ottiene protezione, con il risultato di ghetti urbani che si autoalimentano invece di comunità che si integrano.
- Minori non accompagnati: quasi 1.900 solo nei primi mesi del 2026, spesso senza reti familiari né tutele reali, terreno perfetto per lo sfruttamento.
E quelli che arriveranno
L’instabilità in Nord Africa e Medio Oriente non si è certo esaurita, e ogni crisi regionale — l’Iran ne è un esempio citato dalla stessa Agenzia UE per l’Asilo — può riaprire i flussi in poche settimane. Nel frattempo l’Italia continua a invecchiare e a fare pochissimi figli: la contraddizione è che avremmo bisogno di manodopera regolare, strutturata, scelta — non di un sistema che alterna porti chiusi e sanatorie di fatto a seconda di chi governa. Se non si costruisce ora un impianto capace di reggere sia i flussi regolari che i rimpatri effettivi, tra cinque anni saremo punto e a capo, solo con più persone in mezzo a un limbo che non fa bene a nessuno: né a chi resta senza diritti, né ai cittadini che pagano il conto.
Le soluzioni. Comprese quelle che faranno storcere il naso a tutti
Qui non si tratta di scegliere una bandiera. Si tratta di far funzionare un sistema che oggi non funziona, a prescindere da chi ci sta seduto sopra a Palazzo Chigi.
- Tribunali dedicati e tempi certi: sezioni specializzate con organico raddoppiato per smaltire i ricorsi in mesi, non anni. Chi ha diritto lo sa presto, chi non ce l’ha esce presto.
- Rimpatri automatici dopo il diniego definitivo: zero ulteriori gradi di giudizio dilatori, esecuzione entro 30 giorni salvo casi eccezionali documentati. Drastico? Sì. Ma è l’unico modo per rendere credibile un “no”.
- Accordi di riammissione estesi a tappeto: non bastano i pochi Paesi “sicuri” già individuati dall’UE — vanno negoziati con ogni Paese da cui arrivano numeri significativi, cooperazione allo sviluppo in cambio di riammissioni vincolanti.
- Permesso di soggiorno legato al lavoro reale: chi ottiene protezione ha un tempo definito (12-18 mesi) per dimostrare un impiego regolare e la conoscenza base dell’italiano, pena la decadenza del titolo. Durissima, ma l’alternativa è il lavoro nero a vita.
- Flussi legali su base di fabbisogno reale: altro che decreto flussi buttato lì ogni anno — quote calcolate su dati Inps e Confindustria, canali d’ingresso legali che tolgano ossigeno ai trafficanti.
- Hub di rimpatrio in Paesi terzi, modello Albania, ma su scala europea: centri extraterritoriali finanziati collettivamente dall’UE, non lasciati come esperimento isolato italiano.
- La misura più impopolare: revoca automatica della protezione internazionale per condanne definitive su reati gravi, senza margini discrezionali. Chi ha ricevuto ospitalità e ha risposto con un reato grave, quell’ospitalità la perde. Punto.
Nessuna di queste misure piacerà a tutti. Alcune faranno inorridire chi pensa che ogni controllo sia razzismo, altre faranno imbestialire chi pensa che ogni apertura sia un cedimento. Ma il punto — l’unico punto che dovrebbe contare — è smettere di gestire l’immigrazione a colpi di slogan elettorali e cominciare a gestirla con regole chiare, tempi certi e conseguenze vere. Per chi arriva, e soprattutto per chi qui ci vive già e si ritrova a pagare il conto di un sistema che non decide mai davvero.
Vady
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