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L’incredibile svolta USA-Iran: ecco i 14 punti del Memorandum (e perché Washington ha dovuto cedere)

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​Se qualcuno ti avesse detto, anche solo una settimana fa, che Donald Trump avrebbe firmato un accordo elettronico con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian promettendo miliardi di dollari a Teheran, probabilmente gli avresti consigliato un buon medico. Eppure è successo. Durante il G7, tra una portata e l’altra di una cena formale, l’amministrazione americana ha ufficializzato il testo dell’Islamabad Memorandum of Understanding.

​Il motivo di questo improvviso attacco di diplomazia? Semplice: lo Stretto di Hormuz era bloccato, il prezzo del greggio rischiava di mandare l’economia globale al collasso e, come ha ammesso lo stesso Trump con la sua solita timidezza, “l’alternativa sarebbe stata una depressione mondiale”.

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Lo stretto di Hormuz

Per evitare di farti leggere pagine di burocratese internazionale, ho sintetizzato e tradotto per te cosa significano, punto per punto, i 14 paragrafi di questo storico accordo.

​Il Memorandum analizzato punto per punto

  • 1. Stop immediato alle armi: Cessazione permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, Libano incluso. In pratica, ci si promette solennemente di non spararsi più addosso (almeno per ora).
  • 2. Ognuno a casa sua: Impegno reciproco a rispettare la sovranità territoriale e a non ficcare il naso negli affari interni dell’altro.
  • 3. Il timer dei 60 giorni: Questo memorandum non è la pace definitiva, ma un “cessate il fuoco” temporaneo. Le parti si danno due mesi di tempo per negoziare l’accordo finale.
  • 4. Smantellamento del blocco navale USA: Gli Stati Uniti hanno 30 giorni per togliere l’assedio navale all’Iran. Inoltre, promettono di ritirare le proprie truppe dalle aree subito circostanti il Paese entro un mese dalla firma dell’accordo definitivo.
  • 5. Riapertura di Hormuz (e gratis): L’Iran si impegna a ripulire lo stretto dalle mine e a garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali senza far pagare tasse di transito per 60 giorni. La gestione futura dello stretto verrà discussa insieme all’Oman.
  • 6. Il maxi-piano da 300 miliardi: Gli USA, insieme ai partner regionali, si impegnano a mettere sul tavolo almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran. Sì, hai letto bene: la Casa Bianca finanzierà (indirettamente) Teheran.
  • 7. Addio sanzioni: Washington si impegna a cancellare gradualmente ogni tipo di sanzione: quelle del Consiglio di Sicurezza ONU, quelle dell’AIEA e le sanzioni unilaterali americane.
  • 8. Il compromesso sull’uranio: L’Iran ribadisce che non vuole la bomba atomica. Il combustibile arricchito già accumulato non prenderà la via dell’estero, ma verrà “diluito” (down-blending) direttamente sul posto, sotto la supervisione degli ispettori.
  • 9. Congelamento dello Status Quo: Durante le trattative l’Iran non accelera sul nucleare, e in cambio gli USA non impongono nuove sanzioni né inviano altre truppe nella regione.
  • 10. Via libera immediato al petrolio: Il Tesoro USA rilascerà subito delle deroghe speciali per permettere all’Iran di esportare petrolio e prodotti petrolchimici, sbloccando anche i relativi servizi bancari e assicurativi.
  • 11. Restituzione dei fondi congelati: Tutti i beni e i conti correnti iraniani bloccati in Occidente verranno resi totalmente disponibili e utilizzabili da Teheran.
  • 12. Il comitato di controllo: Viene creato un meccanismo bilaterale per assicurarsi che nessuno dei due bari durante i 60 giorni di trattative.
  • 13. Prima i fatti, poi i tavoli tecnici: I negoziati veri e propri partiranno solo dopo che l’Iran avrà ricevuto le prime garanzie reali sullo sblocco dei fondi, dei porti e delle esportazioni di greggio.
  • 14. Il timbro dell’ONU: L’accordo finale, una volta trovato, sarà blindato da una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Gli USA sono ancora una superpotenza inarrestabile?

​Andiamo dritti al sodo, senza troppi giri di parole diplomatici: questo accordo ha tutta l’aria di essere una clamorosa ritirata strategica per gli Stati Uniti.

​Per anni la narrazione di Washington è stata granitica: “Niente concessioni ai paesi canaglia, sanzioni durissime fino al cambio di regime e zero spazio di manovra sull’arricchimento dell’uranio”. Poi arrivi a giugno 2026 e vedi il comandante in capo degli Stati Uniti che, per evitare che la benzina arrivi alle stelle e faccia crollare Wall Street prima delle elezioni, deve firmare un documento in cui promette 300 miliardi di dollari di aiuti, sblocca i fondi congelati e concede all’Iran il diritto di tenersi l’uranio in casa.

​Il capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, non ha perso tempo e ha dichiarato a caldo: “Questo accordo è il verbale del fallimento degli Stati Uniti”. E sebbene Trump provi a rivenderlo come una “grande vittoria personale” (minacciando via Twitter che se l’Iran si comporta male tornerà a “sganciare bombe”), la realtà dei fatti racconta tutta un’altra storia.

​Gli USA restano la macchina militare più mastodontica del pianeta, intendiamoci, ma il mito della superpotenza inarrestabile e unilateralmente egemone si è ufficialmente incrinato. Quando sei costretto a trattare da pari a pari con il tuo storico nemico storico, accettando quasi tutte le sue condizioni economiche pur di far respirare i mercati, stai dimostrando al resto del mondo — Cina e Russia in primis — che anche l’impero ha un prezzo. E che quel prezzo, oggi, lo ha dettato Teheran.


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