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Il sovranismo a corrente alternata: Trump umilia Meloni, e lei lo asseconda.

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Quando l’amico più fedele diventa il bersaglio preferito

C’era una volta la “Trump whisperer”. La leader che parlava la lingua di Washington meglio di chiunque altro in Europa, l’unica invitata all’inaugurazione, la “bella donna” che aveva preso l’Europa “d’assalto” — parole sue, di Trump, pronunciate quando ancora serviva tenerla buona. Poi qualcosa si è rotto, e con la delicatezza che lo contraddistingue il presidente americano ha deciso di raccontare al mondo che Giorgia Meloni l’avrebbe “implorato” per una foto al G7 di Evian. Una bugia talmente sfacciata da costringere persino una premier abituata a ingoiare bocconi amari a uscire dal suo aplomb diplomatico: “Io e l’Italia non imploriamo mai”.

Bravissima, per una volta. Il problema è che quella frase, sacrosanta, arriva con tre anni di ritardo e probabilmente con una data di scadenza.

La genesi di una sottomissione travestita da alleanza

Ripercorriamo i fatti, perché qui la memoria corta fa comodo a tutti tranne a chi paga le conseguenze. Il rapporto si incrina già a gennaio, con la storia della Groenlandia: gli USA minacciano di annettersi un territorio europeo e Meloni si limita a un timido appello al dialogo, senza muovere un dito di fronte a una potenziale violazione della sovranità di un alleato NATO. Ad aprile arriva la sceneggiata sul Papa, con Trump che attacca Leone XIV e Meloni costretta a defilarsi dalla difesa del pontefice per non irritare la Casa Bianca. Poi la guerra in Iran: l’Italia non partecipa, giustamente, e Trump lo trasforma in un atto di tradimento — “spendiamo miliardi per difendervi e voi quando dovete difendere noi non ci siete”. Infine il G7, la fotografia, l’accusa di aver “implorato”, e la risposta tardiva ma dura di una premier che improvvisamente ricorda di avere una spina dorsale.

Tutto questo mentre Tajani cancellava il viaggio per il Business Forum USA, mentre il governo si affannava — secondo il Financial Times — a “limitare le ripercussioni” e “dissuadere Trump da provvedimenti di ritorsione”. Non a rivendicare la dignità nazionale: a contenere i danni di un litigio in cui l’Italia è la parte aggredita.

Il vero scandalo non è la lite, è quello che viene dopo

Ecco il punto che interessa davvero, al netto del gossip diplomatico da rotocalco: Meloni stessa ha già annunciato che questa sarà la sua “ultima risposta”. Tradotto: ho ribadito una volta che l’Italia non implora, ma da domani torno a fare buon viso a cattivo gioco, perché “i rapporti consolidati con gli Stati Uniti non possono cambiare”. Una sovranità a tempo, valida giusto il post su Instagram, salvo poi tornare in fila per il prossimo selfie di gruppo al vertice NATO di Ankara, l’8 luglio.

Questa non è diplomazia accorta. È succubanza con la faccia feroce, lo schema classico di chi accetta scapaccioni per anni in cambio di una pacca sulla spalla, e quando finalmente reagisce a un insulto di troppo ha già in tasca le scuse per il giorno dopo. Il problema non è Trump che bullizza un alleato — fa parte del suo repertorio, lo ha fatto con Zelensky, con la NATO, con chiunque non gli baci l’anello — il problema è chi gli porge l’altra guancia sistematicamente in nome di un “rapporto storico” che, a guardare bene, storico è solo nella subordinazione.

La sovranità non è un tweet, è una linea politica

Se davvero l’Italia “non implora mai”, come si è detto con tanta convinzione domenica scorsa, allora bisognerebbe agire di conseguenza anche nei dossier veri: le basi militari, le spese NATO, gli accordi commerciali, la linea su Iran e Medio Oriente. Non si difende la sovranità nazionale con un post in italiano indirizzato simbolicamente a un pubblico interno, mentre nella sostanza si continua a costruire ogni mossa di politica estera sulla benevolenza della Casa Bianca. O si è alleati alla pari, con tutto il diritto di dire no senza tremare, oppure si è clienti, e i clienti — come ben sa chiunque abbia avuto un capo prepotente — vengono trattati di conseguenza, con o senza foto di gruppo al G7.

Il capriccio di Trump, in fondo, è solo un sintomo. La vera domanda è se un paese di sessanta milioni di abitanti, fondatore dell’UE, membro G7, debba davvero costruire la propria credibilità internazionale sulla disponibilità a non irritare il signore di turno alla Casa Bianca, chiunque esso sia. Una politica estera coerente — di destra, di sinistra, non importa — è quella che non cambia faccia in base a chi minaccia di più. E se la lezione di questi mesi serve a qualcosa, che serva almeno a questo: la dignità non si rivendica una volta ogni tanto quando l’offesa è troppo grossa per essere ignorata. O è una linea, o è solo scenografia.


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