Volevano piantare la bandierina dell’unità. Gli è rimasta in mano la bandierina, e basta.
C’è un vecchio detto che dice “vedi Napoli e poi muori”. Il campo largo l’ha aggiornato a modo suo: vedi Napoli e poi molla tutto, cancelli la tappa successiva e speri che nessuno se ne accorga troppo. Perché quello che doveva essere il grande lancio della coalizione Pd-M5s-Avs verso le Politiche del 2027 — “Al lavoro per cambiare l’Italia”, il nome fa già ridere da solo — si è schiantato contro una piazza semivuota, un corteo di disoccupati che gridava “vergogna” e “buffoni”, e una gaffe di Giuseppe Conte sulla Russia degna di un instant classic. Risultato: la tappa di Padova del 15 luglio, rinviata. Ufficialmente per i lavori d’Aula sulla legge elettorale. Ufficiosamente perché una seconda figuraccia in una settimana non se la potevano permettere.
La piazza che non c’era
Piazza del Gesù Nuovo, 8 luglio, ore 19.30. Il caldo si appiccica addosso e mezza Napoli preferisce il lungomare al comizio. Sotto il palco, con Santa Chiara alle spalle, si mescolano militanti, curiosi e cronisti in attesa. Poi arriva il corteo dei disoccupati del progetto GOL, che il tirocinio se lo sono visto fermare proprio nei giorni del gran galà dell’unità di sinistra. Bandiere di Potere al Popolo, urla, Conte e Bonelli che scappano dal retropalco. Applausi zero, imbarazzo cento.
E qui viene il bello, perché nessuno si è sorpreso davvero. Persino dentro il centrosinistra napoletano avevano avvisato i vertici nazionali: Napoli è una città dove le tensioni sociali sono endemiche, non il salotto buono per una passerella elettorale. Ma il M5s ha insistito, convinto che con Roberto Fico presidente di Regione la piazza fosse in tasca. Morale: la contestazione prevista da chiunque avesse letto un giornale ha oscurato quel poco che c’era da mostrare — e cioè che in piazza, semplicemente, non c’era nessuno.
“Non facciamo decreti per reprimere il dissenso”. Certo, Giuseppe.
La perla è di Conte, che davanti alla contestazione prova a fare lo statista: “Noi non facciamo decreti per impedirci di parlare e di reprimere il dissenso, cercate di distinguere”. Applaudiamo la coerenza: chi per anni ha costruito la propria identità politica sul “noi siamo il popolo, gli altri sono la casta” scopre che il popolo, quando non è d’accordo, dà fastidio pure a lui. E la ricetta per i disoccupati che gli si parano davanti? La solita: reddito di cittadinanza, nessuna proposta vera per creare lavoro. Poi, dulcis in fundo, la gaffe geopolitica: la Russia come “minaccia costruita” per convincerci ad armarci fino ai denti, salvo poi ritrattare con un “sono stato frainteso” che convince meno dell’originale.
Nel frattempo la deputata dem Lia Quartapelle è imbufalita e chiede chiarezza a Conte sulla linea con Putin prima delle primarie. Segno che dentro la fantomatica “unità” i distinguo sono più delle certezze.
L’unità che esiste solo per chi la pensa come loro
Ma il punto vero, quello che a Il Punto Critico interessa sottolineare, non è la piazza vuota. È la supponenza con cui questo campo largo continua a presentarsi come l’unica alternativa morale e politica possibile, salvo poi escludere sistematicamente chiunque non rientri nel perimetro giusto. A Napoli i centristi non erano invitati. Punto. Carlo Calenda mantiene un veto ormai strutturale, Matteo Renzi si è organizzato una contro-iniziativa lo stesso giorno perché tanto lo sapeva che a Piazza del Gesù non l’avrebbero voluto, e i pochi centristi che si sono presentati comunque — Riccardo Magi ed Enzo Maraio — hanno dovuto chiedere quasi il permesso di parlare, portando la loro battaglia sulla raccolta firme come fossero ospiti in casa d’altri.
Questo è il paradosso di fondo del campo largo: si autoproclama l’argine democratico contro Meloni, la casa di chi vuole “salvare la Costituzione”, e poi si costruisce a compartimenti stagni, un’alleanza a targhe alterne dove chi non veste la casacca giusta resta fuori dalla porta. È lo stesso schema di sempre: manifestazioni organizzate per pochi, tra pochi, con la pretesa di rappresentare tutti. E quando arriva chi non è d’accordo — che siano centristi esclusi dal palco o disoccupati esclusi dal welfare — la reazione non è il confronto, è l’imbarazzo, la fuga dal retropalco, la giustificazione al cronista.
Il problema non è Napoli. È il metodo
Rinviare Padova per “impegni parlamentari” fa ridere chiunque abbia seguito la cronaca degli ultimi giorni. Il vero motivo è che dopo il disastro partenopeo un altro flop in pubblico, magari nel Nord Est dove il campo largo è tutto tranne che di casa, avrebbe trasformato l’imbarazzo in macelleria mediatica. Ma rimandare la data non risolve il problema di fondo: un’alleanza che si regge su slogan — “mai più divisi”, “tocca a noi” — mentre resta profondamente divisa su tutto ciò che conta davvero, dal riarmo alla linea su Mosca, dalla leadership della coalizione (questione rimandata “a dopo l’estate”, cioè mai) fino a chi può salire sul palco e chi no.
Se l’ambizione è governare l’Italia, forse converrebbe iniziare dal governare la propria coalizione. E soprattutto, prima di sventolare la bandiera dell’unità nazionale, converrebbe smettere di trattare chiunque non applauda come un ospite indesiderato o, peggio, come un problema di ordine pubblico da gestire con la fuga dal retropalco.
Vady
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