Ventisei miliardi: è questo il valore della legge di bilancio 2027 approvata mercoledì 28 ottobre dal Consiglio dei ministri. Circa nove servono a confermare misure già in vigore, come la detassazione degli aumenti contrattuali, i premi di produttività all’1% e il bonus mamme. Il resto è fatto di scelte nuove, alcune condivisibili, altre meno. È la prima manovra costruita senza il PNRR, chiuso a fine agosto, e non è ancora legge: ora passa alle Camere, con tempo fino al 31 dicembre per l’approvazione definitiva.
Irpef: un taglio vero, ma per pochi
La misura più visibile è l’innalzamento del secondo scaglione: l’aliquota del 33% si applica ora fino a 55mila euro, non più fino a 50mila. Il risparmio massimo è di 500 euro l’anno, per un costo di circa 1,2 miliardi. Va nella direzione già presa con il taglio dell’anno scorso e alleggerisce chi paga molte tasse, che non è un male.
Bisogna però essere chiari: il beneficio parte da chi supera i 50mila euro. Chi guadagna 28 o 40mila euro non vede cambiare nulla. Chiamarlo “taglio per il ceto medio” è corretto solo se si ha una definizione molto larga di ceto medio.
Partite IVA: il forfettario funziona, il tetto a 100mila no
Mettiamo subito le cose in chiaro: il regime forfettario è una delle poche semplificazioni che funzionano davvero. Con un’imposta sostitutiva del 15% (5% per le nuove attività) permette a moltissimi professionisti, artigiani e piccoli commercianti di lavorare e vivere con dignità, senza impazzire tra adempimenti e burocrazia. Nessuna crociata, quindi.
Il dubbio riguarda un’altra cosa: l’aumento della soglia di ricavi da 85mila a 100mila euro. Non mi risulta che sia stata una richiesta diffusa tra chi il forfettario lo usa ogni giorno. È una bandiera della Lega, piantata in cambio del contributo delle banche, e porta con sé un’incognita: servirà un anno per ottenere dalla Commissione europea l’autorizzazione all’esonero IVA. Più che allargare il tetto, sarebbe stato utile consolidare quello che già c’è.
Giovani e famiglia: segnali giusti, cifre timide
Per gli under 30 arriva un premio da 2.500 euro tassato all’1%, più un’imposta dell’1% sugli incrementi di reddito dei giovani lavoratori. La cedolare secca sugli affitti a canone concordato scende dal 10 al 5%, e all’1% se l’inquilino ha meno di 35 anni. Sono interventi sensati, anche se per i dettagli serviranno i testi attuativi.
Sul fronte natalità, lo Stato aprirà per ogni neonato una posizione previdenziale con 100 euro di benvenuto e 100 euro l’anno fino ai 18 anni, che i parenti potranno integrare. L’idea del salvadanaio previdenziale è buona. La cifra è prudente: 1.800 euro in diciotto anni, circa otto euro al mese, contro i mille l’anno che l’Inps aveva ipotizzato. Più incisivo il congedo parentale, che per chi ha tre o più figli porta a sei i mesi pagati all’80%.
Per gli anziani arriva un voucher da 300 euro per chi ha più di 75 anni e una pensione fino a 28mila euro, per farmaci e visite: 5,5 milioni di persone, 1,6 miliardi. Il Fondo sanitario sale di 3,4 miliardi, a 146,3. Un aumento è sempre una buona notizia. La prova, però, non sarà il record nominale ma le liste d’attesa.
Pensioni: annunciate adesso, scritte a gennaio
È il capitolo meno chiaro. Il governo rivendica il primo passo oltre la Fornero, con l’uscita a 64 anni e 36 di contributi, finanziata da un fondo da 850 milioni. Ma le regole non stanno nella manovra: sono rinviate a un decreto di gennaio. Chi ha contributi anteriori al 1996 dovrebbe accettare il ricalcolo interamente contributivo, quindi uscire prima con un assegno più basso. Opzione donna, per ora, non è prevista.
Nel frattempo entrano in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione, che per la parte contributiva allontanano e alleggeriscono le pensioni. Le due cose non si annullano, ma pesano sulle aspettative di chi si avvicina al traguardo. Meglio aspettare il testo prima di fare piani.
Le coperture: la parte da guardare con più attenzione
Oltre cinque miliardi arrivano da banche e assicurazioni, con ritocchi su Ires e Irap, a cui si aggiungono tagli ai ministeri e risorse dai giochi. Secondo le cronache, però, un accordo preventivo con il settore non c’era, e dentro la maggioranza il tema ha diviso Lega e Forza Italia. È una voce importante, quindi è giusto aspettare di vedere come si concretizza.
Sui numeri generali, il documento programmatico di metà ottobre, quando la manovra valeva ancora 23,5 miliardi, indicava un deficit al 3,4% del Pil nel 2027 (2,9% senza le nuove misure) e un debito al 138,5%. Con la manovra salita a 26 miliardi, quelle cifre andranno riviste. Il ministro Giorgetti parla di disciplina, e un certo rigore c’è. Ma tornare a spendere in deficit, con il debito vicino ai massimi del dopoguerra, Covid escluso, è una scelta che vale la pena tenere d’occhio.
Quello che per ora manca
Il decreto contro il caro energia, che doveva accompagnare la manovra, è stato rinviato al prossimo Consiglio dei ministri. La detassazione delle tredicesime per i redditi più bassi, di cui si era discusso, non compare nel quadro illustrato dopo il voto. Si rende invece strutturale l’esenzione dal bollo per un solo veicolo a famiglia fino a 80 kW.
Il bilancio, per ora
Questa è una manovra di mediazione: non una rivoluzione, non un disastro. Il taglio Irpef, il congedo parentale e l’aumento per la sanità sono passi concreti. Le pensioni e le coperture, invece, restano da verificare, e il tetto dei forfettari a 100mila euro sembra un regalo che non aspettava nessuno. Ora toccherà al Parlamento: tra emendamenti e trattative, si capirà quanto di tutto questo arriverà davvero al traguardo.
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