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Dalla protesta alla razzia: chi ha usato i ragazzi, chi li ha lasciati soli

Fino a una settimana fa il nome nemmeno esisteva. Oggi il Movimento 17 Ottobre ha un fondatore in carcere, una pagina Instagram che citano tutti e una piazza che, a seconda di chi parla, è la nuova generazione che si ribella oppure l’ultima emergenza di ordine pubblico. Provo a rimettere in fila le cose, perché in questi giorni si è detto tutto e il contrario di tutto, quasi sempre da gente che la sentenza ce l’aveva già in tasca.

I motivi c’erano, e non erano stupidi

Si parte venerdì 16 ottobre con il «No Meloni Day»: cortei studenteschi in tutta Italia, più di quaranta piazze secondo i collettivi che lo hanno convocato, un’adesione allo sciopero dell’1,08% secondo il ministero dell’Istruzione. Due numeri che non si sono nemmeno salutati. Le richieste invece sono chiare: i tagli alla scuola, il decreto che mette un tetto del 30% agli studenti stranieri per classe, l’alternanza scuola-lavoro, il modello 4+2 negli istituti tecnici, il caro affitti, il riarmo, Gaza. Con lo sguardo puntato su Francia e Spagna, dove i coetanei sono in strada da settimane.

Sul costo della vita non serve una laurea in sociologia. A Milano gli studenti fuorisede sono circa centomila e i posti in residenze pubbliche o convenzionate sono sedicimila, tutti gli altri si arrangiano in un mercato degli affitti che non perdona nessuno. Che i salari italiani siano rimasti indietro non è un’opinione di sinistra o di destra, è un fatto che si vede dalla busta paga. Chi chiede più soldi per la scuola e per le case ha una richiesta legittima. Si può discutere del come e del quanto, non del diritto di farla.

Poi, certo, anche il venerdì non è stato un pranzo di gala. Petardi lanciati contro il ministero a Roma, incappucciati dentro un liceo a Rozzano, cassonetti bruciati a Verona. Valditara ha parlato di «teppismo politico» e, diciamolo, quando mentre protesti accendi i petardi sotto un palazzo, il ministro l’assist se lo ritrova gratis.

Sabato e domenica: la protesta esce di scena, entra la razzia

Sabato 17 «Italia in Piazza», un richiamo nato su Instagram e TikTok, porta gente in strada in tredici città. A Milano il corteo era autorizzato e per un po’ fila liscio. Poi, dopo le cinque del pomeriggio, sfugge di mano. Una delle organizzatrici, Nicole Albanese, dirà che volevano solo protestare contro il carovita e che non doveva finire così. A Torino viene devastata una Feltrinelli, a Bologna la zona della stazione diventa un campo di battaglia con oltre quattrocento lacrimogeni e decine di agenti feriti.

Domenica 18 è peggio, perché non c’è più nemmeno la scusa del corteo. Secondo il racconto di Repubblica nel centro di Milano arrivano almeno duemila ragazzini, molti col cappuccio e vestiti di nero, che vanno di vetrina in vetrina tra negozi di scarpe e supermercati. La polizia risponde con gli idranti e 484 fumogeni, il Duomo chiude ai turisti, la Galleria viene blindata. A fine giornata i fermati sono 271 e 220 sono minorenni. I danni stimati sono 1,3 milioni di euro in totale, 860 mila solo a Milano.

Perché si è saccheggiato (spoiler: non per il carovita)

Qui serve un esercizio di onestà che a molti riesce malissimo. La rabbia sociale e la razzia sono due cose diverse, e confonderle fa un torto a tutte e due.

Il saccheggio non è stato un incidente di percorso. Venerdì scorso la polizia ha perquisito in 18 città circa cento persone, 51 delle quali minorenni, identificate per i disordini del 17 e 18 ottobre. A Bari c’era già un gruppo che preparava il colpo ai negozi del centro, e a Padova la Digos ha dovuto bussare due volte in otto giorni alle porte di ragazzi che nelle chat pianificavano di svuotare le vetrine. Non è rabbia che esplode, è un appuntamento con l’agenda.

L’insegnante Vincenzo Schettini ha raccontato che i suoi studenti, guardando i video, hanno detto che quelli non erano manifestanti ma gente che voleva certe cose e se le è prese. Lui ha aggiunto che molti di quelli che si filmavano avevano in mano telefoni da mille, millecinquecento euro. È un’impressione, non un dato, e va presa per quello che è. Internazionale ha paragonato Milano ai riot di Londra del 2011 più che ai cortei di una volta, e il paragone regge. Lo psicologo Simone Feder parla di ragazzi tra i 13 e i 18 anni, senza bandiere né portavoce, convocati dal passaparola digitale e dentro una solitudine che gli adulti non vedono. Il Tribunale per i minorenni di Milano ha scritto che quel disagio merita una riflessione, ma non giustifica le condotte. Su questo sono d’accordo con tutti e tre.

Quindi perché si è saccheggiato? Un po’ di rabbia vera, un po’ di noia, un po’ di effetto branco, un po’ di TikTok e, per una quota tutt’altro che piccola, la banale occasione. Il carovita non lo combatti portando via un paio di scarpe: lo sposti sullo scaffale di un commerciante che col prezzo del gasolio non c’entra niente. E se proprio vogliamo il simbolismo, una libreria devastata per difendere il diritto allo studio è una scena che nemmeno un autore satirico avrebbe il coraggio di inventare.

Il confronto più utile arriva da Napoli, dove sabato 24 ottobre si è protestato contro il carovita senza devastare nulla. Quindi si può. Chi mescola le due cose non sta difendendo i ragazzi, sta difendendo il loro alibi.

Undici anni, e un passamontagna

Tra i 271 fermati c’è un ragazzino di undici anni. Seconda media, italiano come i suoi genitori. Il video in cui cammina col passamontagna accanto a un cestino in fiamme ha fatto il giro dei social, i carabinieri lo hanno identificato a scuola e addosso aveva vestiti rubati. Ha meno di quattordici anni, quindi non è imputabile. La dirigente scolastica ha spiegato che dalla prima media non sta in classe con gli altri, i docenti gli fanno lezione in un’aula a parte. Quindi la scuola il problema lo conosceva da un pezzo.

C’è poi un dodicenne figlio di genitori marocchini, quartiere Barona. Il padre ha raccontato al Giorno che il figlio aveva perso di vista la madre nel caos, ha seguito cinque o sei ragazzi più grandi che gli dicevano di prendere questo e quello, e adesso non fa che piangere. La madre, che parla solo arabo, ripete che ha sbagliato. Non ho gli strumenti per dire se la ricostruzione sia completa e non intendo processare una famiglia sulla base di un’intervista. Dico solo che sono due storie molto lontane dal giovane rivoluzionario dei comunicati.

Il «maranza» d’ordinanza, poi, in questo caso non regge: l’undicenne è italiano come mamma e papà. Per i minori di quattordici anni la legge non prevede punibilità, e a quel punto il problema passa interamente agli adulti: famiglia, scuola, servizi sociali. Un bambino di undici anni che gira per il centro di Milano con un passamontagna, in un giorno in cui il centro è un campo di battaglia, e di cui nessuno sa dove sia, è una domanda a cui qualcuno deve rispondere.

I genitori, e chi li giustifica

«Dove sono i genitori?» è stata la domanda più ripetuta sul web. Domanda comoda, e come tutte le domande comode merita un controllo dei fatti. Davanti alla Questura di via Fatebenefratelli, nella notte tra domenica e lunedì, i genitori c’erano eccome: una ventina, con la faccia di chi non dorme. Uno ha detto che se il figlio ha sbagliato pagherà. Un altro, guardando il ragazzo ancora in tuta nera, gli ha detto «Ero contento se ti spaccavano la testa». Parole dure, ma di un padre furioso, non di un complice. A giudicare dalle cronache, la maggioranza non cercava alibi.

Esiste però l’altra categoria, quella del genitore-avvocato, ed è più rumorosa di quanto sia numerosa. Feder racconta di una dirigente scolastica che ha detto no a studenti che dopo aver aderito a uno sciopero volevano rientrare in classe dopo due ore, e di genitori che hanno contestato la decisione con durezza. Il meccanismo è sempre quello: mio figlio non sbaglia mai, semmai sbaglia chi glielo fa notare. Poi c’è la versione adulta del giustificazionismo, quella che sui social scrive «capisco la rabbia» e subito dopo chiede perché nessuno condanni le morti sul lavoro. La logica è che per condannare un saccheggio devi prima condannare tutto il resto del mondo, in ordine alfabetico. Si può condannare una cosa alla volta.

Salvini ha risposto come sempre: più libertà d’azione per gli agenti, una garanzia finanziaria a carico di chi organizza i cortei e un giro di vite sulle famiglie. Sull’ultimo punto i giuristi sono scettici, e hanno ragione. I genitori rispondono già civilmente dei danni dei figli minorenni, ma punirli penalmente per un reato commesso da un altro significherebbe reintrodurre la colpa per relazione, un’idea che il diritto ha messo da parte da un pezzo. Se un padre sa che il figlio di tredici anni organizza un assalto in chat e non muove un dito, la sua responsabilità educativa è evidente. Una condanna a posteriori, però, non rimette a posto niente.

Il capo che non c’era

E arriviamo a Youssef Siher. Trent’anni, italiano di seconda generazione, residente nel Bresciano, ricercatore all’ISPI (l’istituto lo ha confermato con una nota) e giornalista freelance, descritto dai giornali come attivista pro Pal. La polizia postale lo ha individuato, a quanto si legge, anche grazie a una collaborazione giudiziaria con Meta che avrebbe fornito l’indirizzo IP legato alla pagina. È stato fermato sabato 24 ottobre, poche ore prima del terzo comunicato con cui il movimento avrebbe dovuto indicare i punti di ritrovo dei cortei a sorpresa. Le accuse sono istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, il nuovo reato dell’articolo 420 bis, con l’aggravante dell’uso di mezzi informatici. Ora è in carcere e spetta al gip decidere sulla convalida del fermo.

Il movimento, nei suoi post, rivendicava di non avere presidenti, segretari, portavoce da invitare in tv, sedi da perquisire o tessere da vendere. Lo Stato, evidentemente, un portavoce da perquisire doveva trovarlo lo stesso.

Io la penso così, con la fatica di tenere insieme due frasi che molti considerano incompatibili. Se Siher ha davvero chiamato all’assalto dei negozi e alla guerriglia, ne risponderà come chiunque altro, e lavorare in un istituto di prestigio non è uno scudo. Ma il quadro, per ora, ha buchi grossi. Il Post ha scritto che la pagina e il gruppo Telegram sono nati dopo i disordini del 17 e 18, non prima. Se l’accusa riguarda quei saccheggi, il nesso è tutto da dimostrare. Se riguarda i cortei annunciati per i sabati successivi, allora la domanda è dove finisca la propaganda politica e dove cominci l’istigazione, e per rispondere non bastano i titoli di giornale. E poi c’è il terrorismo, parola che ha un peso preciso: se la usi per chi gestisce una pagina e diffonde appuntamenti, la prossima volta che servirà davvero sarà una parola già consumata.

Il ministro Piantedosi lo ha definito la «mente» del movimento prima che un giudice si fosse espresso. Un’uscita che a parti invertite avrebbe fatto drizzare i capelli proprio a chi oggi applaude. La presunzione d’innocenza vale sia che l’indagato stia dalla tua parte sia che non ci stia.

La piazza di sabato, intanto, è stata molto presidiata e poco partecipata: a Bologna un centinaio di persone in piazza del Nettuno, a Roma presidi con tanto di idranti, a Milano niente di paragonabile al weekend precedente. Il bilancio dice 371 persone accompagnate in questura, 110 minorenni, nove arresti, 87 denunciati e più di quattromila identificati. Chi pensa che togliendo l’amministratore si spenga la rabbia, o la voglia di prendersi le scarpe, ha confuso Instagram con la società.

Il governo ha fatto quello che fa sempre: l’ennesimo decreto sicurezza dopo il vertice di Palazzo Chigi, con alcune norme tirate fuori dal ddl fermo in Senato, e cinquecento militari in più a Milano. I soldati di Strade Sicure sono ormai il cerotto universale di ogni emergenza, e a nessuno sembra venire il dubbio che un cerotto non sia una cura.

Cosa resta

Chi è sceso in piazza per la scuola, gli affitti e i salari ha ragioni che reggono, e le ha buttate via nel pomeriggio in cui qualcuno ha deciso che fosse l’occasione giusta per svuotare un negozio. Chi governa ha un problema che nessun decreto e nessun soldato risolve, perché il costo della vita non si arresta. E chi giustifica, genitore o commentatore che sia, sta solo preparando il prossimo sabato.

Il prossimo giro è vicino: il 30 ottobre c’è lo sciopero generale dei sindacati di base con una mobilitazione a Roma, e Landini ha già annunciato lo sciopero generale del 20 novembre. Vedremo se la piazza saprà distinguersi da chi la usa come vetrina. O meglio, da chi le vetrine le svuota.


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