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L’Italia non è diventata povera per caso: quarant’anni di riforme, privatizzazioni e promesse sulla pelle dei cittadini

Dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia al Jobs Act, dalla fine della scala mobile alla riforma Fornero, passando per privatizzazioni, pensioni e Superbonus. Una storia di governi diversi, responsabilità condivise e un denominatore comune: il conto, alla fine, lo paga quasi sempre qualcun altro.

C’è una domanda che dovremmo porci, prima di continuare a discutere di destra, sinistra, centro, sovranisti, europeisti e compagnia cantante: come siamo arrivati a costruire un Paese nel quale lavorare non garantisce più una vita dignitosa, la pensione è diventata un’incognita e i servizi pubblici vengono progressivamente trattati come un’opportunità di business?

La risposta non si trova in un singolo governo, in una sola legge o in un’unica stagione politica.

Bisogna tornare indietro di oltre quarant’anni.

Bisogna guardare alle decisioni prese da governi democristiani, socialisti, tecnici, di centrosinistra e di centrodestra. Bisogna osservare come, con motivazioni diverse e spesso sotto l’etichetta rassicurante della modernizzazione, siano state cambiate le regole del gioco.

E soprattutto bisogna avere il coraggio di dire una cosa che a molti non farà piacere: la responsabilità di questo percorso non appartiene a una sola parte politica.

Se qualcuno pensa di potersi chiamare fuori, probabilmente ha una memoria selettiva. Oppure un archivio stampa particolarmente comodo.

1981-1993: quando cambia il modello economico italiano

Il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia: 1981

Il 12 febbraio 1981 il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta scrive al governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Nasce quello che verrà chiamato il «divorzio».

In sostanza, la Banca d’Italia non è più tenuta ad acquistare automaticamente i titoli di Stato rimasti invenduti alle aste.

Fino ad allora il Tesoro poteva contare su un acquirente di ultima istanza. Con il nuovo assetto, il finanziamento del disavanzo pubblico viene maggiormente affidato al mercato.

L’obiettivo dichiarato era contrastare l’inflazione e rendere più autonoma la politica monetaria.

Ma le conseguenze furono importanti: aumentò l’esposizione dello Stato alle condizioni imposte dai mercati finanziari e il costo degli interessi contribuì alla crescita del debito pubblico.

Attenzione, però: il divorzio non fu l’unica causa dell’esplosione del debito. Contarono anche disavanzi primari, spesa pubblica, dinamiche economiche e tassi d’interesse reali.

E una precisazione storica: lo scambio di lettere avvenne durante il governo Forlani, non durante il governo Spadolini, che sarebbe arrivato successivamente.

Insomma, una scelta di politica monetaria che ha cambiato profondamente il rapporto tra Stato e mercato. Le conseguenze di quella stagione sono ancora oggetto di discussione.

La fine della scala mobile: 1992

La scala mobile era un meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’aumento dei prezzi.

Non era perfetto, non proteggeva sempre integralmente il potere d’acquisto, ma rappresentava una forma di difesa per i lavoratori.

Nel luglio 1992, durante il governo Amato, viene raggiunto l’accordo che sancisce la cessazione del meccanismo.

Da quel momento gli aumenti salariali diventano sempre più dipendenti dalla contrattazione collettiva e dagli accordi tra parti sociali.

La domanda è semplice: quando l’inflazione corre più velocemente degli stipendi, chi paga la differenza?

Il lavoratore, naturalmente. Chi altri?

La trasformazione degli enti pubblici in società per azioni: 1992

Sempre nel 1992, con il decreto-legge 333, vengono trasformati in società per azioni importanti enti pubblici economici come IRI, ENI, INA ed ENEL.

Qui bisogna distinguere: trasformare un ente pubblico in una S.p.A. non significa necessariamente venderlo immediatamente ai privati.

Si tratta inizialmente di una privatizzazione formale, cioè di un cambiamento della veste giuridica. Ma quella trasformazione apre la strada alle successive dismissioni delle partecipazioni pubbliche.

Il modello dell’impresa pubblica italiana comincia così a cambiare radicalmente.

Il protocollo del 23 luglio 1993

Con il governo Ciampi arriva il Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione.

Viene superato definitivamente il sistema della scala mobile e si introduce una nuova architettura della contrattazione salariale, fondata anche sull’inflazione programmata.

Sulla carta, concertazione e stabilità economica.

Nella realtà, una maggiore dipendenza degli aumenti contrattuali dalle previsioni economiche e dai tempi della contrattazione.

Il problema è che le previsioni non sempre coincidono con il costo reale della vita.

E quando non coincidono, il potere d’acquisto non si recupera con una stretta di mano tra governo, imprese e sindacati.

Le banche pubbliche finiscono sul mercato: 1993-1994

Il Credito Italiano viene privatizzato nel dicembre 1993, mentre la Banca Commerciale Italiana passa al mercato nel marzo 1994.

Due operazioni importanti, che segnano il progressivo ridimensionamento del sistema bancario pubblico.

Anche qui non bisogna confondere privatizzazione e perdita automatica di ogni forma di credito all’economia: sono due questioni differenti.

Ma una cosa è certa: lo Stato rinuncia progressivamente a una parte del controllo diretto su istituti che avevano avuto un ruolo centrale nel finanziamento del sistema produttivo italiano.

1995-2001: pensioni, precarietà e privatizzazioni

La riforma Dini: 1995

Arriva la legge 335 del 1995.

Il sistema pensionistico viene progressivamente spostato dal metodo retributivo a quello contributivo.

Tradotto: la pensione viene sempre più collegata ai contributi effettivamente versati durante la vita lavorativa, anziché alle retribuzioni degli ultimi anni di carriera.

La riforma introduce un sistema transitorio: non tutti i lavoratori passano immediatamente al contributivo puro. Le regole dipendono dall’anzianità contributiva maturata al 31 dicembre 1995.

Il principio può anche essere difeso sul piano della sostenibilità finanziaria.

Ma il risultato per le nuove generazioni è evidente: carriere discontinue, stipendi bassi e periodi di disoccupazione rischiano di tradursi in pensioni future decisamente meno generose.

E qui nasce una delle grandi contraddizioni italiane: si chiede ai giovani di versare contributi per quarant’anni, mentre spesso non si offre loro un lavoro stabile per costruirsi una vita.

L’ingresso nell’euro: 1996-1999

L’Italia entra nel percorso della moneta unica durante il governo Prodi.

Il tasso di conversione definitivo viene fissato nel 1998: 1 euro equivale a 1.936,27 lire.

Non fu una decisione arbitraria del solo governo italiano, ma il risultato del processo europeo di fissazione dei cambi irrevocabili.

E soprattutto, attenzione a una leggenda: il cambio non dimezzò automaticamente il potere d’acquisto degli stipendi.

Quello che è realmente accaduto è più complesso: l’introduzione dell’euro coincise con fenomeni di arrotondamento dei prezzi, aumenti in alcuni settori, controlli insufficienti e un progressivo impoverimento relativo di molti redditi.

Il problema non fu semplicemente il cambio matematico.

Fu anche l’incapacità di adeguare salari e pensioni a un’economia nella quale il costo della vita continuava a crescere.

E da allora, per molti italiani, fare la conversione mentale tra lire ed euro è diventato uno sport nazionale. Peccato che lo stipendio non partecipi alla competizione.

Il pacchetto Treu: 1997

Con la legge 196 del 1997 viene introdotto in Italia il lavoro interinale, attraverso le agenzie di fornitura di lavoro temporaneo.

È un passaggio importante nella progressiva flessibilizzazione del mercato del lavoro.

Non nasce qui ogni forma di precarietà, ma si amplia il ricorso a rapporti di lavoro temporanei e flessibili.

La promessa era favorire l’occupazione.

La domanda, a distanza di anni, è un’altra: abbiamo creato più opportunità oppure abbiamo progressivamente abituato un’intera generazione a non sapere se il mese successivo avrà ancora uno stipendio?

Telecom Italia: privatizzazione nel 1997 e scalata nel 1999

Nel 1997 il governo Prodi procede alla privatizzazione di Telecom Italia, allora controllata dallo Stato attraverso il gruppo STET.

Viene ceduta una partecipazione strategica in un settore fondamentale: le telecomunicazioni.

Due anni dopo, nel 1999, l’OPA di Olivetti porta al controllo di Telecom.

È una vicenda che merita un capitolo a parte: una grande azienda strategica viene conquistata attraverso un’operazione finanziaria complessa, mentre il tema dell’indebitamento e degli assetti proprietari diventa centrale negli anni successivi.

Non è corretto attribuire al governo D’Alema la privatizzazione iniziale, già avvenuta nel 1997. Ma durante il suo governo si consuma la stagione della scalata Olivetti.

E lo Stato? Non impedisce l’operazione.

La rete delle telecomunicazioni, intanto, non è più sotto il controllo pubblico diretto.

Autostrade: 1999

Nel 1999, durante il governo D’Alema, viene privatizzata Autostrade.

Il gruppo IRI cede il controllo e un nucleo stabile di azionisti privati, riuniti in Schemaventotto, acquisisce il 30% della società. Il restante 70% viene collocato sul mercato.

C’è però un particolare che merita attenzione: già nel 1997, prima della privatizzazione, era stata firmata una convenzione che aveva esteso la concessione dal 2018 al 2038.

Una scelta che alimenta ancora oggi discussioni sul rapporto tra interesse pubblico, concessioni e rendite private.

Perché una cosa è privatizzare un’impresa.

Un’altra è affidare a soggetti privati la gestione di un’infrastruttura strategica, con contratti e concessioni che possono condizionare per decenni la vita del Paese.

La liquidazione dell’IRI: 2000-2002

Nel 2000 viene avviata la liquidazione dell’IRI, l’istituto che per decenni aveva rappresentato uno dei principali strumenti dell’intervento pubblico nell’economia italiana.

La liquidazione si conclude nel 2002.

Non significa che ogni attività industriale pubblica scompaia: diverse partecipazioni vengono trasferite ad altre strutture pubbliche, tra cui Finmeccanica.

Ma si chiude definitivamente un capitolo fondamentale della storia industriale italiana.

Ferrovie dello Stato: attenzione alle date

Anche le Ferrovie dello Stato vengono trasformate in società per azioni, ma il processo parte già nel 1992, con una delibera CIPE del giugno di quell’anno.

La successiva riorganizzazione societaria porterà alla separazione tra infrastruttura ferroviaria e servizi di trasporto, con RFI e Trenitalia.

Non è quindi corretto attribuire l’avvio della privatizzazione ferroviaria al solo governo Amato II nel 2001.

È però corretto osservare che in quegli anni prosegue una trasformazione profonda del modello di gestione dei servizi pubblici.

E mentre cambiano le sigle societarie, il cittadino continua a chiedersi perché il biglietto aumenta e il treno arriva in ritardo.

2011-2015: l’austerità, la Fornero e il nuovo mercato del lavoro

La stagione Monti: 2011-2012

Arriva il governo Monti, sostenuto in Parlamento da una larghissima maggioranza nella quale è presente anche il PD.

Il Paese attraversa una grave crisi finanziaria e il governo interviene con una manovra di austerità.

Tagli, maggiori imposte, interventi sulle pensioni e un forte richiamo alla disciplina dei conti pubblici.

Nel 2012 viene inoltre approvata la riforma costituzionale dell’articolo 81, che introduce il principio dell’equilibrio di bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e favorevoli del ciclo economico.

Non è letteralmente un divieto assoluto di indebitarsi, ma stabilisce condizioni più stringenti per il ricorso al debito.

Il PD vota a favore.

Anche qui, dunque, non possiamo raccontare la storia come se le decisioni fossero state imposte da un governo estraneo al sistema politico italiano.

La riforma Fornero: 2011

Con il decreto Salva Italia viene approvata la riforma pensionistica firmata dal ministro Elsa Fornero.

Vengono innalzati i requisiti per la pensione, si estende il metodo contributivo pro rata a tutti i lavoratori dal 2012 e vengono modificati i meccanismi di adeguamento all’aspettativa di vita.

La riforma produce anche il drammatico problema degli esodati: persone che si ritrovano senza stipendio e senza pensione a causa del cambiamento improvviso dei requisiti.

Per loro saranno necessari successivi interventi di salvaguardia.

Nel frattempo, viene disposto anche il blocco della rivalutazione delle pensioni superiori a determinate soglie, misura che sarà poi oggetto di importanti contestazioni e interventi della Corte costituzionale.

La giustificazione era la sostenibilità dei conti pubblici.

La conseguenza per molti cittadini fu una vita lavorativa più lunga e una pensione più lontana.

L’articolo 18 viene ridimensionato: 2012

Con la legge 92 del 2012, la riforma Fornero interviene anche sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Il reintegro in caso di licenziamento illegittimo viene ridotto e circoscritto a determinate fattispecie.

Per molti licenziamenti economici, la tutela principale diventa quella indennitaria.

Non viene cancellato l’articolo 18, ma viene profondamente modificato.

Una differenza tecnica che non cambia il significato politico della riforma: si riduce una delle principali protezioni contro i licenziamenti illegittimi.

Il decreto Poletti: 2014

Con il governo Renzi arriva il decreto-legge 34 del 2014.

Viene eliminato l’obbligo generalizzato di indicare una causale per i contratti a tempo determinato fino a 36 mesi, introducendo anche limiti quantitativi e regole sulle proroghe.

Il contratto a termine diventa più semplice da utilizzare.

Ancora una volta, la flessibilità viene presentata come la soluzione per creare occupazione.

Ma la flessibilità, quando non è accompagnata da sicurezza economica e prospettive di stabilità, rischia di trasformarsi semplicemente in insicurezza per chi lavora.

Jobs Act: 2014-2015

Il governo Renzi completa il percorso con il Jobs Act.

Il decreto legislativo 23 del 2015 introduce il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti per i nuovi assunti.

Per una parte importante dei licenziamenti illegittimi, la tutela diventa prevalentemente economica anziché basata sul reintegro.

Attenzione: non viene abolito ogni diritto al reintegro. Restano tutele specifiche, ad esempio per licenziamenti discriminatori e nulli, oltre a una fattispecie di licenziamento disciplinare.

Ma il cambiamento è sostanziale.

Per i nuovi assunti, il regime dell’articolo 18 viene fortemente ridimensionato.

Ecco il capolavoro lessicale della politica moderna: si chiama contratto a tempo indeterminato, ma le tutele vengono ridotte.

La neolingua, evidentemente, non costa nulla.

2020-2021: il Superbonus e la gestione dell’emergenza

Il Superbonus 110%: governo Conte II

Nel 2020 il governo Conte II introduce il Superbonus 110%.

L’obiettivo era rilanciare l’edilizia, migliorare l’efficienza energetica degli edifici e sostenere l’economia durante la pandemia.

Un obiettivo condivisibile.

Il problema è stato il meccanismo: detrazioni superiori alla spesa sostenuta, cessione dei crediti e sconto in fattura, con controlli e correttivi che si sono rivelati insufficienti rispetto alla portata della misura.

Le stime della spesa sono aumentate enormemente rispetto alle previsioni iniziali.

Secondo i dati riportati dalla documentazione della Camera, nel 2024 il governo indicava una stima di circa 61,2 miliardi di euro per il Superbonus energetico e antisismico, nell’ambito di un quadro complessivo di bonus edilizi molto più ampio.

Non basta quindi dire che il Superbonus è costato semplicemente 100 miliardi di debito: bisogna distinguere le diverse agevolazioni, gli effetti sui saldi pubblici e le successive revisioni contabili.

Ma il punto politico rimane: una misura nata per rilanciare l’economia si è trasformata in un impegno finanziario enorme per lo Stato.

E a pagare, direttamente o indirettamente, saranno anche i contribuenti che non hanno mai ristrutturato casa.

Il blocco dei licenziamenti durante il Covid

Nel marzo 2020 viene introdotto il blocco dei licenziamenti per motivi economici, accompagnato da un’estensione degli ammortizzatori sociali.

La misura viene prorogata più volte, fino a essere progressivamente differenziata per settori e tipologie di imprese nel 2021.

Non è corretto definirla un blocco fittizio: il divieto era reale e ha rappresentato una misura straordinaria di tutela occupazionale.

Ma non possiamo nemmeno ignorare che l’emergenza ha lasciato profonde cicatrici nel mercato del lavoro, soprattutto tra lavoratori precari, autonomi, stagionali e persone con contratti fragili.

E soprattutto, non è corretto affermare che nel 2020 la spesa in deficit fosse già vincolata alle condizioni del PNRR: il Piano nazionale di ripresa e resilienza sarebbe stato elaborato e approvato successivamente, nel 2021.

La gestione della pandemia va criticata per ciò che è realmente accaduto, non per quello che è politicamente comodo attribuirle.

E nel frattempo, i sindacati?

Arriviamo a un altro capitolo che merita una discussione seria.

Nel corso degli anni, le organizzazioni sindacali hanno sottoscritto accordi fondamentali che hanno modificato profondamente il rapporto tra lavoro e impresa.

Alcuni hanno rappresentato compromessi necessari in momenti difficili.

Altri hanno contribuito a introdurre flessibilità, moderazione salariale e nuovi modelli contrattuali.

Ma una domanda rimane legittima: quanto è stato fatto per difendere realmente il potere d’acquisto dei lavoratori?

Quando i salari rimangono fermi, l’inflazione corre e i rinnovi contrattuali arrivano con anni di ritardo, non basta pubblicare un comunicato stampa per dichiarare vittoria.

Quando si firmano contratti con aumenti che non recuperano neppure il costo della vita, il lavoratore ha tutto il diritto di chiedersi a cosa serva un sindacato.

E quando organizzazioni poco rappresentative sottoscrivono accordi al ribasso, il fenomeno dei contratti pirata diventa ancora più pericoloso.

Non tutti i sindacati sono uguali e non tutti i contratti collettivi sono da fame. Ma la rappresentatività, la qualità dei rinnovi e la capacità di difendere i salari devono essere misurate sui risultati, non sulle bandiere.

Perché il sindacato non dovrebbe essere un ufficio stampa del disagio lavorativo.

Dovrebbe essere uno strumento per ridurlo.

La conclusione: cambiano i governi, il conto resta ai cittadini

Se osserviamo questa ricostruzione, emerge un dato difficilmente contestabile.

Dal 1981 al 2021, governi di diversa provenienza politica hanno contribuito a trasformare profondamente il modello economico e sociale italiano.

  • Si è ridotto il controllo pubblico diretto su importanti settori strategici.
  • Si è modificato il sistema di finanziamento del debito pubblico.
  • È stato superato il meccanismo della scala mobile.
  • Si è progressivamente modificato il sistema pensionistico.
  • Si è ampliata la flessibilità del mercato del lavoro.
  • Si sono ridotte alcune tutele contro i licenziamenti.
  • Si è rafforzata la disciplina di bilancio.
  • Si sono accumulati problemi strutturali legati a salari, produttività e qualità dell’occupazione.

Non tutte queste decisioni erano necessariamente sbagliate nelle intenzioni. Alcune rispondevano a problemi reali e a vincoli economici concreti.

Ma i risultati devono essere giudicati.

E se dopo decenni di riforme abbiamo ancora salari reali stagnanti, giovani che emigrano, pensioni future incerte, servizi pubblici sotto pressione e una crescente difficoltà delle famiglie a sostenere il costo della vita, allora qualche domanda bisogna farsela.

Non basta più rispondere che era necessario.

Non basta più dire che ce lo chiedeva l’Europa.

Non basta più invocare i mercati, lo spread, la competitività o la modernizzazione.

Perché la modernizzazione che produce insicurezza per chi lavora, impoverimento per chi risparmia e incertezza per chi dovrebbe andare in pensione merita almeno una revisione critica.

E soprattutto merita una spiegazione da parte di chi ha governato.

La destra non può scaricare tutto sulla sinistra. La sinistra non può attribuire tutto alla destra. I governi tecnici non possono nascondersi dietro la parola «tecnico». E i sindacati non possono continuare a considerare ogni firma un successo storico.

La politica italiana ha avuto quarant’anni per cambiare il Paese. E ci è riuscita. Il problema è capire per chi.

Perché alla fine il cittadino italiano ha imparato una lezione semplicissima: quando c’è da fare sacrifici, sono sempre richiesti a lui. Quando c’è da distribuire i benefici, invece, la fila diventa improvvisamente molto lunga.

E forse è arrivato il momento di smettere di chiedere ai cittadini altri sacrifici e cominciare a chiedere conto a chi li ha decisi.

Il Punto Critico – VADY.it

Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’autore. I dati storici e normativi sono verificabili attraverso le fonti indicate.

FONTI E DOCUMENTAZIONE

Per la ricostruzione storica e normativa sono state consultate le seguenti fonti istituzionali e documentali:

1. Divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia (1981)

  • Banca d’Italia – L’autonomia della Banca d’Italia fra politica ed economia: https://www.bancaditalia.it/chi-siamo/storia/
  • Banca d’Italia – Documentazione storica sul divorzio: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/altri-atti-convegni/2019-ciampi-governatore-bi/Atti_convegno_Ciampi_BI_09_luglio_2019.pdf

2. Scala mobile e politica dei redditi

  • Treccani – Enciclopedia: https://www.treccani.it/

3. Privatizzazioni e sistema bancario

  • Banca d’Italia – Relazione annuale 1993: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/relazione-annuale/1993/rel93_tot.pdf
  • Banca d’Italia – Evoluzione del sistema bancario: https://www.bancaditalia.it/chi-siamo/storia/
  • Archivio storico del Ministero della Cultura – Banca Commerciale Italiana: https://siusa-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/pagina.pl?Chiave=61550&TipoPag=prodente

4. Riforma pensionistica Dini (1995)

  • Legge 8 agosto 1995, n. 335 – Normattiva: https://www.normattiva.it/eli/id/1995/08/16/095G0382/CONSOLIDATED/

5. Introduzione dell’euro e tasso di conversione

  • Regolamento CE n. 2866/98 – EUR-Lex: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:31998R2866

6. Pacchetto Treu (1997)

  • Legge 24 giugno 1997, n. 196 – Normattiva: https://www.normattiva.it/

7. Privatizzazione Autostrade (1999)

  • Autostrade per l’Italia – Storia della società e privatizzazione: https://www.autostrade.it/it/chi-siamo

8. Riforma costituzionale dell’articolo 81 (2012)

  • Legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1: https://www.normattiva.it/

9. Riforma Fornero e modifica dell’articolo 18 (2012)

  • Legge 28 giugno 2012, n. 92 – Normattiva: https://www.normattiva.it/eli/id/2012/07/03/012G0115/CONSOLIDATED/

10. Decreto Poletti (2014)

  • Decreto-legge 20 marzo 2014, n. 34 – Normattiva: https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.codiceRedazionale=14G00046

11. Jobs Act (2015)

  • Decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 23 – Normattiva: https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.codiceRedazionale=15G00037

12. Superbonus 110%

  • Camera dei Deputati – Documentazione e dossier parlamentari: https://www.camera.it/

13. Blocco dei licenziamenti durante l’emergenza Covid

  • Gazzetta Ufficiale – Raccolta della normativa emergenziale: https://www.gazzettaufficiale.it/

Nota metodologica: le fonti sono utilizzate per documentare date, provvedimenti e trasformazioni normative. Le valutazioni sulle conseguenze economiche e sociali rappresentano invece l’analisi critica dell’autore.


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