C’è una scena, nella commedia italiana della legge elettorale, che vale da sola il prezzo del biglietto: Giorgia Meloni che convoca i suoi vicepremier e li avverte, testuale, che se l’emendamento sulle preferenze non passa “si va al voto”. Minaccia pronunciata con la faccia di chi tiene in mano l’ultima carta. Due giorni dopo, quella carta gliel’hanno strappata di mano i suoi. Non l’opposizione: i suoi.
Il giallo del voto segreto
Il 14 luglio l’Aula di Montecitorio boccia per un voto — 188 contro, 187 a favore — l’emendamento firmato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc, sottoscritto pure da Lega e Forza Italia dopo mesi di riottosità. Sistema misto: capilista bloccati, ma fino a tre preferenze per gli altri nomi in lista. Poca roba, sia chiaro: non il ritorno del Mattarellum, non la fine delle liste calate dall’alto da un politburo di partito. Solo una crocetta in più sulla scheda. Ma anche quella briciola di democrazia diretta si è rivelata indigesta per una cinquantina di deputati di maggioranza, che nel segreto dell’urna — richiesto dalle opposizioni, ironia della sorte — hanno affossato un testo su cui il loro stesso governo si era esposto pubblicamente. Sulla carta la maggioranza aveva trenta voti di margine. Nella realtà del voto segreto, quei trenta voti sono evaporati.
Chi ha votato contro? Franchi tiratori, li chiamano, come se sparare alle spalle del proprio partito fosse un gesto di eleganza militare invece che la fotografia più onesta di questa legislatura: deputati che, avendo il potere di scegliere in prima persona chi va in Parlamento senza doverne rispondere a nessun elettore, hanno preferito restare gli unici arbitri della propria rielezione. Non serve essere complottisti per capire il calcolo: con le liste bloccate decide il segretario di partito chi entra e chi resta a casa. Con le preferenze, decidono i cittadini. E ai cittadini, si sa, piace punire chi non ha fatto nulla per meritarsi il seggio.
Il teatrino delle responsabilità
Da qui in poi la commedia si sdoppia. Le opposizioni, che con quel voto contrario non c’entravano nulla — hanno solo chiesto lo scrutinio segreto, sapendo benissimo cosa sarebbe successo — hanno passato due giorni a intestarsi una “vittoria per la democrazia contro le preferenze”. Elly Schlein parla di tradimento, Giuseppe Conte di “legge truffa”. Peccato che il merito, se di merito si può parlare, non sia loro: è dei franchi tiratori di centrodestra, gli stessi che due giorni dopo si sono ricompattati come nulla fosse per votare sì al pacchetto intero, 217 voti, passato al Senato. Applausi, strette di mano, Tajani che parla di coalizione coesa. La stessa coalizione che 48 ore prima si era squarciata da sola in pubblico.
E il governo? Incassa lo schiaffo più pesante della legislatura e lo trasforma, con un ribaltamento retorico da manuale, in medaglia: “io le preferenze le ho volute, io ci ho provato”. Il messaggio agli elettori è tutto qui — la colpa è di qualcun altro, il merito resta mio. Funziona, in Italia, da sempre.
E ora? Verso il Senato, con la stessa incognita
Il testo definitivo uscito dalla Camera, quello vero, quello che conta, non contiene preferenze. Punto. Ci sono liste bloccate nei collegi plurinominali, un premio di maggioranza da 70 seggi alla Camera per chi sfonda il 42%, e listini circoscrizionali con nomi scritti in scheda — non scelti dall’elettore. Quello che resta, dopo la sceneggiata di due giorni, è una promessa: Maurizio Lupi annuncia che Noi Moderati riproporrà il tema al Senato. Salvini, uscito dall’Aula con la faccia di chi ha appena scoperto la fisica quantistica, si dice speranzoso. Bei propositi. Ma i numeri e i franchi tiratori non spariscono passando da Montecitorio a Palazzo Madama: se lì dentro qualcuno ha convenienza a restare comodamente seduto sul proprio seggio bloccato, voterà ancora contro, di nascosto, e poi si stringerà la mano in pubblico.
La vera notizia, sotto lo strato di propaganda incrociata, è questa: in Italia il partito più trasversale non ha bandiera. È il partito del seggio sicuro. E su quello, destra e sinistra, quando conta davvero, sanno votare insieme — a scrutinio segreto, ovviamente.
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