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Eutanasia di un sistema: Perché il calcio italiano merita l’oblio (e i “dilettanti” la gloria)

​C’è qualcosa di profondamente poetico nel veder naufragare la Nazionale di calcio per la terza volta di fila. Non è sfortuna, non è un palo interno, non è colpa del clima. È karma. È il risultato naturale di un sistema che ha scambiato il merito con il diritto di nascita e la competizione con il privilegio di casta.

​Ma il vero colpo di grazia alla dignità non è arrivato dai piedi quadrati dei nostri attaccanti, bensì dalle labbra del Presidente della Federazione. Sentire il “capo dei falliti” definire gli altri sport — quelli che portano medaglie, record e orgoglio vero — come “dilettantistici”, è stato il momento più alto di involontario umorismo della storia recente.

​L’arroganza del parassita

​Caro Presidente, parliamoci chiaramente: chiamare “dilettante” un nuotatore che vive in apnea per quattro anni per un centesimo di secondo, o un tennista che si costruisce la carriera un set alla volta senza paracadute, è un insulto all’intelligenza umana. Specialmente se a dirlo è chi gestisce un’industria che brucia miliardi, produce debiti e, sportivamente parlando, non riesce più a battere nemmeno una rappresentativa di dopolavoristi della periferia europea.

​Il calcio italiano non è “professionismo”. È un club per gentiluomini decaduti che pretendono rispetto solo perché hanno il portafoglio gonfio (anche se spesso sono soldi virtuali o debiti spalmati). I veri professionisti sono quelli che tu chiami dilettanti: gente che se non vince non mangia, gente che non ha contratti garantiti da 5 milioni l’anno per passeggiare in campo con le cuffie personalizzate.

​La macchina del fango (e dei soldi)

​Smettiamola di chiamarlo sport. Il calcio di vertice in Italia è una macchina per spillare soldi ai tifosi e sponsorizzare l’ego di dirigenti rimasti agli anni ’90.

  • ​Si vendono diritti TV a cifre astronomiche per uno spettacolo che vale quanto una recita scolastica fatta male.
  • ​Si ignorano i vivai per comprare all’estero chiunque abbia un procuratore abbastanza convincente.
  • ​Si urla al “complotto” ogni volta che la realtà sbatte in faccia la nostra mediocrità.

​Mentre voi eravate impegnati a discutere di algoritmi, riforme dei campionati e indici di liquidità, il resto dello sport italiano — quello “povero”, quello che non va in prima serata se non vince l’oro — vi ha sorpassato a destra, a sinistra e pure sopra la testa.

​Il consiglio non richiesto: Cambiamo padrone

​La soluzione non è “rifondare”. Non si rifonda una casa costruita sulla sabbia mobile; la si lascia affondare e si trasloca.

​È ora che il pubblico italiano faccia l’unica cosa che spaventa davvero questi signori: diventare indifferente.

  1. Spegnete la TV: Quei 50 euro al mese per vedere gente che non sa crossare sono meglio spesi in un paio di scarpe da corsa.
  2. Andate nei palazzetti: Andate a vedere la scherma, il tiro con l’arco, il basket, il volley. Lì troverete atleti che se perdono piangono perché ci tengono, non perché cala il valore del loro cartellino.
  3. Trattateli da dilettanti: Poiché i risultati sono dilettanteschi, iniziamo a trattare i calciatori e i loro dirigenti come tali. Niente più venerazione, niente più scuse. Se non andate ai Mondiali, siete dei dilettanti della vittoria. Punto.

​Conclusione: Il Re è nudo (e ha i piedi piatti)

​Il calcio tornerà a essere uno sport solo quando tornerà a essere povero. Quando i presidenti dovranno contare i centesimi e i giocatori dovranno riconquistarsi l’amore della gente con il sudore e non con i post su TikTok. Fino ad allora, lasciamoli nel loro splendido isolamento “professionistico”.

​Noi, nel frattempo, ci godiamo i “dilettanti” che vincono. Perché è meglio un dilettante che sale sul podio che un milionario che guarda il Mondiale dal divano di casa sua a Dubai.

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