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Chi può scrivere? Il tesserino, l’Albo e la domanda che nessuno vuole farsi

C’è una domanda che in questi giorni rimbalza tra le redazioni Rai e i social a proposito del caso Report, ed è di quelle che sembrano piccole e invece aprono una voragine: si può fare giornalismo, quello vero, quello che firma inchieste e rischia querele, senza essere iscritti all’Albo dei giornalisti? Il caso specifico – una nota sindacale che segnala come una firma nota del programma di Rai3 non risulti iscritta né all’elenco dei professionisti né a quello dei pubblicisti – è solo l’innesco. Il punto non è la singola vicenda, che lasciamo volentieri agli uffici stampa e ai comunicati stampa reciproci. Il punto è se in Italia, nel 2026, abbia ancora senso che esista un albo per poter scrivere.

Cos’è l’Albo e perché esiste

L’Ordine dei giornalisti nasce nel 1963, in pieno boom economico, con una legge che oggi definiremmo generosamente “novecentesca”. L’idea di fondo era nobile: creare un filtro deontologico, garantire che chi scrive per professione risponda a un codice etico, tuteli le fonti, eviti conflitti d’interesse. Iscriversi richiede un praticantato, un esame di Stato, e per i professionisti puri anche un rapporto di lavoro dipendente certificato. In cambio si ottiene un tesserino, l’accesso ad alcune tutele contrattuali e, teoricamente, un margine di responsabilità e credibilità in più agli occhi del lettore.

Fin qui, sulla carta, tutto sensato. Il problema è che questo impianto è stato costruito per un mondo che non esiste più: quello in cui l’informazione passava per tre canali (carta, radio, tv) e chi scriveva doveva necessariamente farlo dentro una redazione strutturata. Un mondo pre-internet, pre-blog, pre-social, pre-Substack, pre-chiunque-abbia-un-telefono-e-una-buona-idea.

La domanda scomoda: serve davvero?

Oggi chiunque può pubblicare un’inchiesta, montare un video, aprire una newsletter che arriva a centomila persone senza passare da nessun editore, nessun direttore responsabile, nessun Ordine. Alcuni dei reportage più scomodi e meglio documentati degli ultimi anni sono usciti da testate indipendenti online o da singoli creator che dell’Albo non sanno nemmeno la sede. E dall’altra parte del bancone, iscritti all’Ordine ce ne sono a bizzeffe che di deontologia ne masticano ben poca: copia-incolla di comunicati, veline spacciate per inchieste, conflitti d’interesse mai dichiarati. Il tesserino, insomma, non è mai stato una garanzia di qualità né di onestà. È una barriera d’ingresso formale, non un certificato di competenza.

Questo non significa che il problema sollevato nel caso specifico sia irrilevante: se un’azienda pubblica presenta come “giornalista” chi giornalista non è secondo la legge, la questione formale esiste e va posta, perché le regole valgono per tutti o non valgono per nessuno. Ma usare quel caso per fare una crociata identitaria sull’Albo, come sta avvenendo, significa guardare il dito e perdersi il resto della mano.

Cosa succederebbe se lo abolissimo

Aboliremmo un ente che, va detto senza ipocrisia, negli ultimi decenni ha funzionato più come sindacato di categoria travestito da organismo di garanzia che come reale presidio etico. I casi di espulsione o sospensione per violazioni deontologiche gravi si contano sulle dita di una mano all’anno, a fronte di migliaia di episodi quotidiani di malainformazione, spesso firmati da iscritti regolarissimi. Nel frattempo l’Albo continua a essere un requisito burocratico per l’accesso ai concorsi pubblici Rai e poco altro, un rituale di appartenenza più che uno strumento di controllo reale sulla qualità dell’informazione.

La vera domanda, allora, non è se Tizio o Caia abbiano il tesserino in tasca. È se un pezzo di carta rilasciato da un ordine professionale nato sessant’anni fa abbia ancora un senso in un ecosistema mediatico che quel tesserino lo ha già superato da tempo, nei fatti se non nella legge. Forse la vera riforma di cui l’informazione italiana avrebbe bisogno non è più burocrazia per chi scrive, ma più trasparenza su chi paga chi, su chi controlla cosa, e su quali interessi si nascondono dietro ogni firma, tesserata o meno.

Vady


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