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Bologna in fiamme, Cosenza in lacrime: e la colpa è sempre delle Forze dell’Ordine

C’è un fil rouge che lega Bologna a Cosenza in questi giorni, e non è la solita narrazione che va per la maggiore. Il fil rouge è questo: ogni volta che un intervento delle forze dell’ordine finisce in tragedia, il primo riflesso pubblico non è aspettare gli esiti delle indagini. È processare i tutori dell’ordine in piazza, sui social, nei salotti tv. Poi, se va bene, si aspetta la Procura. Ma il danno d’immagine, quello, è già fatto.

Bologna: un sindaco che non aspetta neanche un giorno

Domenica 19 luglio, al Pilastro, muore Abderrahim Fakir, 42 anni, durante un intervento della polizia. Le circostanze esatte sono ancora da accertare: l’uomo, secondo alcune ricostruzioni, era già noto alle forze dell’ordine e in stato di agitazione al momento del fermo. Poche ore dopo, alle 20:16 di quella stessa domenica, il Comune di Bologna diffonde già un comunicato del sindaco Matteo Lepore. Il giorno successivo, lunedì, la città si ritrova in piazza per un presidio convocato dal primo cittadino in persona — senza il preavviso alla Questura previsto per legge, come impone l’articolo 18 del TULPS almeno tre giorni prima.

Il risultato lo abbiamo visto tutti: quattromila persone in piazza Nettuno, e a pochi metri, in piazza Roosevelt, la frangia più oltranzista che trasforma il “momento di raccoglimento” in una notte di guerriglia urbana. Bottiglie, bombe carta, idranti, lacrimogeni, un’auto del Comune data alle fiamme, undici feriti. Sui muri, la scritta “Omicidio di Stato”. Sulle vetture vandalizzate, “Guardie assassine”.

Chi ha lanciato bombe carta contro agenti in tenuta antisommossa non stava chiedendo verità. Stava chiedendo scontro, e lo ha trovato. E chi ha convocato una piazza il giorno dopo una morte ancora tutta da chiarire, usando i canali istituzionali del Comune, un’ipotesi l’ha messa in campo prima ancora che la magistratura aprisse bocca: che le forze dell’ordine avessero qualcosa da nascondere. Persino la premier Meloni lo ha detto senza troppi giri di parole: chi ha scelto di mettere la città a ferro e fuoco cercava lo scontro, punto. Le forze dell’ordine schierate davanti alla Prefettura non sono lì per giocare: sono lì a proteggere una città che il suo stesso sindaco ha contribuito a rendere una polveriera.

Non è populismo dire che un sindaco dovrebbe garantire prudenza istituzionale prima ancora che empatia di piazza. È il minimo sindacale del ruolo. E i tanti — anche dentro il centrosinistra bolognese, vedi Favia — che chiedono conto a Lepore del “perché convocare una piazza il giorno dopo per chiedere verità” pongono una domanda legittima: se non sai ancora cos’è successo, che verità stai chiedendo? O meglio: a chi la stai chiedendo, e contro chi?

Cosenza: quando la tragedia diventa un atto d’accusa preconfezionato

Il caso di Cosenza è, se possibile, ancora più delicato, e merita di essere trattato con la cautela che la materia impone. Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, era agli arresti domiciliari per una vicenda legata alla droga. Ieri i Carabinieri si sono presentati a casa sua per un controllo di routine sul rispetto della misura cautelare — un atto dovuto, non un’iniziativa arbitraria. Durante la perquisizione hanno trovato 100 grammi di hashish nella sua stanza e lo hanno ammanettato, come da procedura. Il ragazzo, in un momento di forte agitazione, si è lanciato dal balcone del terzo piano. È morto poco dopo, nonostante l’intervento immediato del 118.

La madre, comprensibilmente devastata dal dolore — al punto da avere lei stessa un cedimento nelle ore successive — accusa i militari di aver “tormentato” il figlio nei controlli precedenti. È un’accusa che va presa sul serio dalla Procura, che infatti ha aperto un fascicolo, come è giusto che sia. Ma è anche un’accusa che, allo stato attuale, non è supportata da alcun riscontro oggettivo: è la ricostruzione di una madre nel momento più straziante della sua vita, non un atto giudiziario.

Quello che sappiamo con certezza è che il giovane soffriva di una fragilità psicologica pregressa, seguita da tempo dai servizi sanitari, e che aveva già avuto altri momenti di crisi. È una circostanza che rende la tragedia ancora più dolorosa, non una prova a carico di chi stava semplicemente facendo un controllo previsto dalla legge su una persona sottoposta a una misura cautelare. Trasformare automaticamente ogni intervento delle forze dell’ordine finito in tragedia in un atto persecutorio è un cortocircuito che non aiuta nessuno: né a fare chiarezza, né — soprattutto — a chi porta la divisa e ogni giorno si trova a gestire situazioni di fragilità estrema senza avere strumenti da psichiatra.

Il paradosso del metodo che non va mai bene

C’è un aspetto di questo dibattito che meriterebbe più onestà intellettuale, ed è il seguente: per una certa area politica e culturale, non esiste uno strumento a disposizione delle forze dell’ordine che sia legittimo usare. Provate a fare l’elenco, è quasi un gioco a incastro. Il manganello? Retaggio di uno Stato di polizia, immagine che riporta agli anni di piombo, “manganellare” è diventato un verbo-accusa da prima pagina prima ancora che si sappia cosa sia successo. Il Taser? Strumento “sperimentale”, pericoloso, da mettere sotto processo ogni volta che viene usato — anche quando serve esattamente a evitare il ricorso all’arma da fuoco. La pistola? Inutile dirlo: ogni sparo, anche quello legittimo in scenari di pericolo reale, diventa automaticamente “esecuzione”. Lo spray urticante? “Tortura chimica”, altro termine che circola ormai con disinvoltura. E le mani nude, il semplice contenimento fisico, l’ammanettamento di prassi? Anche quello, evidentemente, può bastare per essere accusati di aver “tormentato” qualcuno fino al gesto estremo, come si è letto in questi giorni a proposito di Cosenza.

Il punto è semplice e nessuno lo dice mai fino in fondo: se ogni strumento coercitivo, dal più duro al più soft, viene sistematicamente ridipinto come abuso nel momento stesso in cui viene utilizzato, la domanda logica successiva è una sola. Come dovrebbero, concretamente, le forze dell’ordine fare rispettare la legge? Con le buone maniere e basta, sperando che chi sta commettendo un reato, resistendo a un arresto o violando gli arresti domiciliari collabori spontaneamente? Il monopolio legittimo della forza non è un’invenzione autoritaria: è un pilastro dello Stato di diritto, sancito dalla Costituzione, e senza quello non c’è arresto, non c’è perquisizione, non c’è controllo che possa reggersi in piedi.

Questo non significa — e va detto altrettanto chiaramente — che ogni intervento sia per definizione impeccabile, o che non debbano esistere controlli, formazione, protocolli aggiornati e sanzioni vere quando qualcosa va effettivamente storto. Ma c’è una differenza abissale tra pretendere responsabilità caso per caso, dopo che i fatti sono stati accertati, e delegittimare a priori ogni singolo strumento di cui un agente dispone, come se la sola esistenza della forza pubblica fosse il problema. È esattamente questo scarto — tra critica legittima e sospetto sistemico preventivo — che a Bologna ha trasformato un lutto in rivolta, e che a Cosenza rischia di trasformare una tragedia già straziante in un processo mediatico a due carabinieri che stavano facendo, letteralmente, il loro lavoro: un controllo previsto dalla legge su una misura cautelare.

Chi indossa la divisa non ha un pulsante magico per neutralizzare senza mai toccare, senza mai alzare la voce, senza mai correre il rischio che qualcosa vada storto in una situazione già di per sé instabile — che sia una colluttazione in strada o una persona fragile dietro una porta chiusa. Pretendere l’impossibile da chi lavora ogni giorno sull’orlo dell’imprevedibile non è garantismo. È solo un modo elegante per non fidarsi mai, a prescindere, delle Forze dell’Ordine.

Il problema non sono le forze dell’ordine

C’è una narrazione che si autoalimenta: ogni morte in presenza delle forze dell’ordine diventa immediatamente, nel dibattito pubblico, una prova di colpa istituzionale, prima ancora che un magistrato abbia detto una parola. È un cortocircuito pericoloso, perché scarica la tensione sociale su chi, ogni giorno, fa un lavoro rischioso e spesso ingrato — e lo fa dentro un perimetro di regole, procedure e responsabilità che nessuno, in piazza, si prende la briga di conoscere davvero.

Aspettare gli esiti delle indagini non è complicità. È l’unico modo serio per fare giustizia — a Bologna come a Cosenza, per Fakir come per Bessioud, e per chi quella divisa la indossa ogni giorno senza sapere se domani sarà lui il bersaglio della prossima piazza.


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