Mercoledì 15 luglio, a Palazzo Vidoni, il governo ha firmato il rinnovo del contratto del comparto Sicurezza e Difesa 2025-2027: aumenti da 100 euro netti al mese (?) per le qualifiche iniziali, arretrati, e la promessa di un tavolo sulla previdenza dedicata entro novanta giorni. Fin qui, la versione ufficiale. Quella meno ufficiale è che nove sindacati militari su quattordici hanno detto no. L’intesa è passata comunque, grazie al sì delle sigle delle Forze di Polizia e di cinque organizzazioni militari su quattordici. Una minoranza ha firmato per una maggioranza che non voleva firmare, e il contratto è diventato legge lo stesso. Della serie: la matematica è un’opinione, il ministero è un fatto.
La piazza, tre giorni dopo la firma
Sabato 18 luglio, i sindacati che non hanno firmato sono scesi in piazza a Roma. Applaudiamo l’iniziativa, sinceramente, ma va detto: manifestare dopo che l’accordo è già stato sottoscritto e reso operativo ha lo stesso effetto pratico di scioperare il giorno dopo la fine del turno. È un gesto di testimonianza, non di pressione negoziale. Il tavolo tecnico si è chiuso il 15, la piazza è arrivata il 18: tre giorni di ritardo che nel diritto del lavoro ordinario si chiamerebbero “tempismo suicida”, ma nel mondo militare hanno un nome più preciso, che vedremo tra poco.
Il problema non è la piazza tardiva. È la piazza stessa
Qui arriva la parte che nessun comunicato sindacale vi spiegherà volentieri. In Italia, un sindacato militare non nasce e vive come un sindacato qualsiasi. La legge 46/2022 impone che ogni associazione professionale a carattere sindacale tra militari depositi il proprio statuto al Ministero della Difesa (o al MEF, per la Guardia di Finanza), che ha sessanta giorni per verificarne i requisiti e disporne l’iscrizione in un apposito albo. Senza quell’iscrizione, niente trattenuta dei contributi in busta paga, niente distacchi sindacali, niente potere negoziale riconosciuto. In pratica: il sindacato esiste, sulla carta, solo se piace al ministero.
E non finisce alla nascita. Gli statuti restano sotto verifica “preventiva e periodica”: se un’organizzazione li modifica, deve ricomunicarlo al Ministero e sospendere le proprie attività sindacali fino a nuova approvazione. Tradotto: la controparte datoriale — lo Stato — ha in mano il potere di premere pausa su un sindacato ogni volta che questo cambia le proprie regole interne. Aggiungiamoci il tetto di rappresentatività al 3-4%, il divieto di interferire con l’operatività delle Forze Armate, l’obbligo di neutralità politica. Ognuna di queste clausole, presa da sola, ha una sua logica istituzionale. Messe insieme, disegnano un sindacato che può negoziare tutto tranne la propria autonomia dal soggetto con cui sta negoziando.
Sindacato giallo: non è un insulto, è una categoria giuridica
Il termine “sindacato giallo” non è nato ieri sera su un gruppo WhatsApp incattivito. Arriva dagli Stati Uniti degli anni Venti, dove indicava i sindacati creati e controllati dal datore di lavoro stesso, tanto che la legge Wagner del 1935 li dichiarò fuorilegge. In Italia lo Statuto dei Lavoratori del 1970, articolo 17, vieta esplicitamente ai datori di lavoro di costituire o finanziare organizzazioni sindacali: il concetto di fondo è che un sindacato non può essere davvero tale se la sua sopravvivenza dipende dal gradimento di chi dovrebbe controbattere.
Ora, nessuno sta dicendo che il Ministero della Difesa “fondi” i sindacati militari nel senso letterale della norma del ’70. Ma la sostanza economica del problema — un’organizzazione che deve piacere alla controparte per continuare a esistere legalmente — è la stessa. Se il tuo statuto, per essere valido, deve prima passare dal vaglio di chi siede dall’altra parte del tavolo, il conflitto — che è la ragion d’essere di ogni sindacato vero — diventa strutturalmente impossibile da portare fino in fondo. Puoi manifestare, certo. Ma tre giorni dopo la firma, quando ormai serve solo a far vedere che ci sei.
Allora perché iscriversi?
Buona domanda, e non retorica. Se il sindacato militare, per legge, non può davvero fare pressione prima che l’accordo sia chiuso, se la sua stessa esistenza formale dipende da un’approvazione ministeriale rinnovabile a ogni modifica statutaria, e se il massimo della protesta possibile è una piazza post-firma — cosa si sta comprando, esattamente, chi versa la quota? Una tessera che rassicura, forse. Un senso di appartenenza a una categoria che si sente ignorata, probabilmente legittimo. Ma la capacità reale di cambiare il risultato del negoziato prima che diventi definitivo, quella no: quella non è nello statuto, ed è proprio lo statuto — approvato dal ministero — a dirlo.
Firmatari e non firmatari: due facce della stessa sconfitta
E qui va detta la parte che manda in crisi entrambi gli schieramenti sindacali. Le cinque sigle che hanno firmato hanno svenduto la trattativa di 430mila persone per un pugno di euro e una promessa di tavolo futuro sulla previdenza — la stessa promessa che, guarda caso, viene rifatta a ogni rinnovo da almeno due legislature. Hanno chiamato “punto di partenza” quello che è, semplicemente, un contratto chiuso senza il consenso della maggioranza dei rappresentati. Ma le nove sigle che non hanno firmato non sono eroi solo perché hanno detto no: hanno passato mesi al tavolo tecnico, hanno saputo con settimane di anticipo che l’accordo stava per essere sottoscritto, e hanno organizzato la mobilitazione dopo, quando l’unica cosa rimasta da fare era il comunicato stampa indignato. Se il piano era fare pressione, il piano è fallito prima ancora di cominciare. Se il piano era un pretesto per rilanciare la propria immagine di “unici veri difensori della categoria” in vista del prossimo giro, allora ha funzionato benissimo — ma è propaganda interna, non contrattazione. Il risultato pratico, per il militare che vedrà arrivare 100 euro (ma anche meno) in busta paga e nessuna garanzia sul resto, è identico indipendentemente da chi ha firmato e chi ha protestato: la sostanza del comparto Difesa e Sicurezza resta quella di lavoratori in divisa che hanno ottenuto, sulla carta, il diritto sindacale nel 2022, e che nella pratica lo esercitano dentro una gabbia disegnata perché non possa mai davvero mordere.
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