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Lo stipendio degli ufficiali cresce da solo. Il tuo, se sei sotto quel grado, te lo devono ‘concedere’

C’è un decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale a metà agosto, che dice una cosa molto semplice: dal 1° gennaio 2026 gli stipendi di ufficiali superiori, ufficiali generali e ammiragli delle Forze Armate — più i gradi corrispondenti dei Corpi di polizia civili e militari — salgono del 2,48%. Automaticamente. Per legge. Nessuna trattativa, nessun tavolo sindacale, nessuna firma da strappare a mezzanotte dopo mesi di tira e molla. Solo un calcolo ISTAT che ogni anno, puntuale come le tasse, fa il suo dovere e aggiorna gli assegni di chi sta già ai piani alti della gerarchia.

Nel frattempo, per la truppa, per i graduati, per chi porta le stellette senza portare i gradi da dirigente, il copione è diverso. Il rinnovo contrattuale 2025-2027 del comparto Sicurezza e Difesa è arrivato a luglio, dopo mesi di negoziato, con la maggioranza delle sigle sindacali militari che ha rifiutato di firmare per il nodo previdenziale. Il risultato, quando va bene: aumenti che partono da un centinaio di euro netti al mese per i gradi iniziali, spalmati su tre anni, con incrementi che crescono di scaglione in scaglione fino ai gradi da capitano in su. Cifre vere, non inventate, ma ottenute a fatica, negoziate riga per riga, e comunque lontanissime dalla logica di “diritto acquisito” che vale per chi sta sopra.

Un meccanismo scritto nel 1998, e mai più toccato

La norma che garantisce l’adeguamento automatico ai dirigenti militari non è una furbata recente: nasce nel 1998, pensata per agganciare gli stipendi non contrattualizzati — ufficiali di grado elevato, magistrati, prefetti, diplomatici, docenti universitari — all’andamento medio delle retribuzioni pubbliche contrattualizzate. Un’idea che aveva una sua logica quando fu scritta. Il problema è che il mondo, e le carriere militari, sono cambiati: dal 2018 anche maggiori e tenenti colonnelli sono transitati nella dirigenza, ampliando la platea di chi si gode l’aggiornamento automatico ogni gennaio, mentre chi resta sotto quella soglia continua a dover passare dal tavolo sindacale, dalla concertazione, dalle firme sofferte e spesso incomplete.

Detta senza troppi fronzoli: per una fetta di gerarchia lo Stato ha scritto una regola che si applica da sola. Per tutti gli altri ha scritto un percorso a ostacoli chiamato contrattazione collettiva, gestito da sigle sindacali che — per essere riconosciute rappresentative e sedersi al tavolo — devono raggiungere soglie di iscritti calcolate sulla forza complessiva della categoria di riferimento. Il che significa, in pratica, che quei sindacati hanno bisogno di tesserati a tutti i livelli della gerarchia per contare qualcosa nei numeri che li legittimano. Compresi gli ufficiali. Chiedere con forza di smontare un privilegio che riguarda proprio una parte dei propri iscritti non è esattamente la mossa più naturale per chi deve tenere in piedi la propria rappresentatività.

Non serve immaginare complotti dietro le quinte. Basta guardare gli incentivi. Da una parte un meccanismo blindato per legge, che non passa mai per un tavolo negoziale e quindi non è mai davvero in discussione. Dall’altra un sistema in cui chi dovrebbe rappresentare la base ha tutto l’interesse a non alienarsi una fetta di iscritti che, guarda caso, sono proprio quelli già al riparo dal problema.

Chi tira la carretta, e chi ci guadagna sopra

E qui arriva la parte che fa più male. Perché non stiamo parlando di uffici svuotati per ferie estive o di reparti che lavorano a ranghi completi. Stiamo parlando di caserme e reparti che, tra carenze di organico croniche e mezzi datati o insufficienti, vanno avanti comunque, con chi c’è. Sono i gradi bassi e intermedi a coprire i turni che mancano, a far quadrare servizi e missioni con uomini e materiali contati col bilancino, a metterci il turno in più quando il collega è assente e nessuno lo sostituisce. Il lavoro va fatto lo stesso, ranghi ridotti o no, mezzi vecchi o no: la missione non aspetta che l’organico sia al completo.

E mentre il peso operativo di quella carenza cronica ricade su chi sta in trincea — letteralmente, in alcuni casi — l’adeguamento automatico continua a scorrere tranquillo verso chi, a quei ranghi ridotti, spesso ci arriva solo sulla carta di un organigramma. Non è un’accusa personale a chi porta i gradi alti: è la fotografia di un sistema che premia per legge chi sta in cima alla piramide, indipendentemente da quanto quella piramide stia reggendo grazie allo sforzo di chi sta alla base. Il conto energetico, letteralmente, lo paga chi sta sotto. L’assegno che cresce da solo, invece, lo incassa chi sta sopra.

Il risultato è una gerarchia degli aumenti, non solo dei gradi

Alla fine i numeri parlano da soli. Un ufficiale superiore vede il proprio trattamento economico salire ogni anno per un automatismo che nessuno mette mai seriamente in discussione. Un graduato, un caporale, un militare di truppa, un sergente o un maresciallo deve aspettare che si chiuda un contratto triennale, sperare che la trattativa non si areni sulla previdenza, e accontentarsi di cifre che restano comunque distanti anni luce da quel 2,48% garantito e ricorrente. Non è solo una questione di importi. È una questione di chi ha bisogno di chiedere, e chi non ha mai dovuto farlo.

— Vady


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