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​Integrazione: I doveri dell’accoglienza e il mito dell’adeguamento a tutti i costi

​Facciamo un piccolo gioco mentale. Bussano alla porta di casa tua. È un ospite. Lo fai entrare, gli offri una sedia, magari anche un caffè. Dopo cinque minuti, questo tizio si alza, guarda il quadro in salotto e dice che non gli piace, che i tuoi orari di cena sono sbagliati e che, da domani, si cucinerà solo quello che dice lui perché la sua cultura prevede così.

​Cosa faresti? Esatto. Lo accompagneresti alla porta con un sorriso tirato e un caloroso “Arrivederci”.

​Ecco, per qualche strano motivo, se questo ragionamento lo applichiamo tra le quattro mura di casa nostra siamo tutti d’accordo, ma se lo appliciamo a uno Stato intero, allora si scatena il dramma metafisico. Ma la logica resta esattamente la stessa.

​Il paradosso dello Stato zerbino

​Negli ultimi anni siamo scivolati in un paradosso grottesco: l’idea che l’integrazione sia un compito che spetta a chi ospita, e non a chi viene ospitato. Si sente dire che dobbiamo “comprendere”, “andare incontro”, “smussare i nostri angoli” per non far sentire a disagio chi arriva.

​Ma perché mai uno Stato intero, con la sua storia, le sue tradizioni, le suas leggi e il suo stile di vita consolidato, dovrebbe rimodellarsi in base agli usi e costumi di chi ha appena varcato il confine?

​L’adeguamento non può e non deve essere bidirezionale. Non stiamo parlando di un compromesso tra coinquilini che hanno affittato una casa insieme. Qui c’è un padrone di casa (la comunità che ci vive da generazioni) e un ospite. È l’acqua che deve prendere la forma del bicchiere, non il bicchiere che deve sciogliersi per fare spazio all’acqua.

​Come funziona nel resto del mondo (Spoiler: non fanno sconti)

​Se pensi che questo rigore sia un’eccezione italiana, ti sbagli di grosso. In realtà, siamo noi in Italia a rappresentare l’anomalia del “facciamo come vi pare”. All’estero non si fanno troppi complessi mentali: la linea è chiara per tutti. Vuoi vivere lì? Ti adegui. Punto.

​Ecco come gestiscono la faccenda alcuni Paesi che nessuno si sognerebbe di definire “retrogradi”:

Giappone 🇯🇵: Assimilazione totale

Lassù le concessioni sono pari a zero. Se vuoi vivere in Giappone devi parlare la loro lingua, rispettare il loro ordine quasi maniacale e fonderti completamente con la loro cultura. Non esiste che lo Stato o le istituzioni modifichino una singola virgola delle proprie tradizioni per non offendere o per agevolare un cittadino straniero.

Svizzera 🇨🇭: Il controllo del vicino

Per ottenere la cittadinanza svizzera non basta pagare le tasse e non avere precedenti penali. Spesso sono i comitati locali e i tuoi stessi vicini di casa a essere interpellati per valutare se ti sei integrato davvero. Se ti lamenti delle campane delle mucche, se non rispetti i turni condominiali o le regole locali, il passaporto svizzero lo vedi col binocolo.

Danimarca 🇩🇰: La svolta pragmatica

Anche la progressista Scandinavia ha dovuto fare i conti con la realtà. La Danimarca ha introdotto leggi severissime contro le cosiddette “società parallele” (i ghetti). I bambini delle comunità straniere devono frequentare corsi obbligatori di “valori danesi” e lingua fin da piccoli. Se i genitori si oppongono, saltano i sussidi statali. Chiaro e semplice.

Francia 🇫🇷: Laicità di ferro

La Repubblica viene prima di ogni dogma. Nelle scuole e negli uffici pubblici è severamente vietato esibire simboli religiosi ostentatori. Lo Stato non si piega alle regole religiose o culturali di nessuno: la legge è laica, uguale per tutti, e se le tue usanze si scontrano con i valori repubblicani, vincono sempre i secondi.

​Il diritto di dire: “Quella è la porta”

​Parliamoci chiaramente, senza ipocrisie. Nessuno ha firmato un contratto che obbliga gli stranieri a venire a vivere da noi. La scelta di emigrare è, appunto, una scelta. E come tutte le scelte libere della vita, porta con sé un pacchetto completo: prendi i vantaggi, ma ti becchi anche le condizioni.

​Se decidi di trasferirti in un Paese, presumibilmente lo fai perché quel Paese ti offre qualcosa di meglio rispetto a quello da cui scappi: sicurezza, lavoro, benessere, libertà. Ha senso, quindi, pretendere di trasformare il Paese d’arrivo nello stampo esatto di quello che ti sei lasciato alle spalle? Se ti piacevano così tanto le regole, le usanze e i costumi del tuo Paese d’origine, perché te ne sei andato?

​Il ragionamento è di una semplicità disarmante:

  • Ti piacciono le nostre regole e il nostro stile di vita? Benvenuto, rimboccati le maniche e lavoriamo insieme.
  • Non ti stanno bene? Trovi che la nostra società sia troppo laica, troppo occidentale, o che non rispetti le tue tradizioni? Nessun problema, il mondo è grande. Ci sono centinaia di altre nazioni là fuori. Puoi tranquillamente fare le valigie e cercare uno Stato che sia più in linea con il tuo modo di vedere il mondo.

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