Camion fermi nei piazzali, trattori sugli svincoli, distributori all’asciutto. Il Sud è in agitazione da giorni e l’Italia che sta più su guarda la scena come si guarda un telegiornale estero: con curiosità, un filo di fastidio e la certezza che riguardi qualcun altro. Poi arriva la frase di rito: “Al Sud sono fatti così, le regole non le rispettano”. Comoda. Sbrigativa. E, come tutte le frasi comode, sbagliata.
Cosa sta succedendo davvero
A Foggia trasportatori e agricoltori bloccano le strade insieme da domenica 11 ottobre. A Brindisi è sfilato un corteo di cinquecento tir. In Basilicata i presidi hanno paralizzato la statale Jonica, in Calabria se ne contano una ventina. In Sicilia gli autotrasportatori hanno scelto una strada diversa: camion parcheggiati nei piazzali e semirimorchi lasciati nei porti, senza blocchi stradali. Il fermo dovrebbe durare fino al 20 ottobre, ma il coordinatore del comitato siciliano ha già annunciato che si va avanti a oltranza se da Roma non arriva niente.
Intanto, il 15 ottobre, in Puglia centocinquanta distributori Enilive su trecento erano rimasti senza carburante. I pescherecci sono fermi in banchina. E la risposta del governo? Una convocazione al ministero fissata per il 27 ottobre, più di due settimane dopo l’inizio delle proteste.
Il gasolio, prima di tutto
Il diesel in Italia è sempre costato meno della benzina, proprio per non strangolare chi lavora sulla strada. Poi l’ultima finanziaria ha riallineato le accise, considerando quello sconto un sussidio dannoso per l’ambiente. La guerra in Iran ha fatto il resto, con rincari più pesanti sul gasolio che sulla benzina. Risultato: l’anomalia di un diesel più caro della verde, con prezzi attorno ai 2,10 euro al litro già in estate.
Il governo ha risposto con tagli temporanei alle accise: 17 centesimi, 245 milioni di euro, prorogati a singhiozzo. Effetto? Il prezzo è tornato ai livelli di prima nel giro di poche settimane. Già ad aprile le associazioni dell’autotrasporto parlavano di imprese che lavorano in perdita e di extracosti fino a 9.000 euro l’anno per ogni mezzo pesante. Era un allarme, non una minaccia. Nessuno lo ha preso sul serio.
Gli agricoltori e il cortocircuito dell’olio
Per chi coltiva la situazione è un doppio schiaffo. Il gasolio agricolo e i costi di gestione salgono, mentre i prezzi alla produzione non tengono il passo e le importazioni a basso costo mettono sotto pressione l’olio e l’ortofrutta italiani. Il comparto è quello delle merci deperibili: se il camion non passa, il raccolto marcisce. Non c’è un magazzino dove aspettare tempi migliori.
Perché al Sud sì e al Nord no
Qui serve onestà, non folklore. Il Mezzogiorno dipende dalla gomma più del resto del Paese: ferrovia debole, isole raggiungibili solo via porto, distanze enormi per arrivare ai mercati. Ogni centesimo di gasolio pesa di più quando ogni consegna significa centinaia di chilometri in più.
C’è poi la struttura delle imprese. Al Sud pesa molto la categoria dei piccoli padroncini e delle aziende familiari, con margini sottili e nessuna possibilità di scaricare i rincari su qualcuno. Al Nord le grandi flotte e la logistica organizzata hanno più strumenti per assorbire gli urti o ribaltarli sui clienti. Non è che il Nord stia bene: paga lo stesso diesel, solo che soffre con più cuscinetti e meno rumore. E quando la rabbia è montata davvero, come con i trattori del gennaio 2024, a Padova, Modena e Milano i cortei li abbiamo visti eccome.
Infine il metodo. Questa volta la spinta viene da comitati spontanei che si muovono prima delle sigle nazionali e a volte contro i loro inviti alla calma. Una protesta senza cabina di regia è più rumorosa, meno controllabile e più facile da liquidare come “ribellismo”.
E le regole?
Sul metodo i dubbi sono legittimi. Un blocco stradale è illegale, e a pagarlo sono cittadini che non c’entrano nulla: chi resta fermo in coda, chi trova gli scaffali vuoti, gli stessi agricoltori che vedono la merce deperire. Coldiretti e Codacons lo dicono da giorni, e non hanno torto. Si può avere ragione nel merito e sbagliare nel modo.
Ma da qui a dire che “al Sud se ne fregano delle regole” ce ne passa. I siciliani, per dire, hanno scelto il fermo nei piazzali, la forma di protesta più legale e meno invasiva che esista. E se vogliamo davvero parlare di rispetto delle regole, ricordiamoci che Tangentopoli è nata a Milano, il Mose a Venezia e le inchieste sull’Expo non parlavano certo dialetto meridionale. Il malaffare non ha latitudine. Il vizio di dare la colpa agli altri, quello sì, è nazionale.
Il governo e la politica dei cerotti
Accise tagliate per qualche settimana, prorogate all’ultimo, poi di nuovo il rincaro. Un cerotto, non una cura. Servono strumenti stabili: rimborsi delle accise veloci per chi lavora su strada, crediti d’imposta veri, una strategia sulle importazioni che non sacrifichi la produzione nazionale. E soprattutto servirebbe smettere di trattare il Sud come un’emergenza che si ricorda solo quando brucia la strada.
Perché quando il carburante manca alle pompe e i camion non partono, a restare vuoti sono gli scaffali di tutti. Anche quelli del Nord.
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