(Spoiler: indietro non si torna, e chi vi dice il contrario vi sta vendendo un biglietto per un treno che non passa più)
Bollino rosso in diciotto città. Quaranta gradi nelle zone interne. Notti tropicali che non scendono sotto i 25-27°C, il che significa che il vostro corpo non si raffredda mai, nemmeno alle quattro del mattino. L’anticiclone nordafricano — ribattezzato con un certo gusto per il macabro “Cerberus”, come il cane a tre teste che fa la guardia all’Inferno — è piantato sull’Italia da fine maggio e non ha alcuna intenzione di traslocare prima di luglio. Il Ministero della Salute emette bollettini come fossero comunicati stampa quotidiani. L’OMS parla apertamente di emergenza sanitaria. E noi? Noi discutiamo ancora se il cambiamento climatico esista.
Lasciatemelo dire con la consueta delicatezza che mi contraddistingue: è patetico.
Il copione è sempre lo stesso
Ogni estate la stessa liturgia. Prima la sorpresa finta (“chi se lo aspettava, questo caldo!”), poi l’allarme degli esperti, poi i titoli sui giornali con il record dell’anno prima superato puntualmente da quello dell’anno dopo, poi il classico balletto politico fatto di slide, tavoli tecnici, “transizione ecologica” spalmata su orizzonti temporali che nessuno degli attuali politici vedrà mai concludersi. Risultato: il 2003 non era un’anomalia. Era un’anteprima. Oggi gli esperti lo dicono chiaramente: non stiamo vivendo un’estate eccezionale, stiamo vivendo tante estati 2003, una via l’altra, sempre più lunghe e sempre più sovrapposte. Quello che ieri era il record assoluto, oggi è la media stagionale.
E qui arriva la parte che a molti non piacerà: la strada intrapresa da Italia ed Europa — quella della “transizione” annunciata a colpi di direttive, scadenze rimandate, deroghe industriali e proclami da COP che durano il tempo di un comunicato stampa — non sta fermando niente. Non perché la scienza sia sbagliata, ma perché la politica che dovrebbe applicarla è un esercizio di equilibrismo tra interessi che si annullano a vicenda. Si vieta il diesel in centro a Milano e si continuano a sussidiare le fonti fossili altrove. Si firmano accordi vincolanti e poi si negoziano deroghe per il proprio settore industriale di riferimento. È la politica della foglia di fico: serve a coprire, non a risolvere.
Mitigare, non illudersi di tornare indietro
Ed eccoci al punto che a me interessa davvero, e che la narrazione ufficiale fatica ad ammettere: anche se da domani azzerassimo le emissioni globali — scenario fantascientifico, lo sappiamo entrambi — l’inerzia del sistema climatico è tale che gli effetti che vediamo oggi non si invertono nei prossimi vent’anni. Il calore accumulato nei mari (e quest’estate i nostri mari sono roventi, altro che “bagno rinfrescante”) continuerà a fare da carburante per le ondate di calore future. Le configurazioni “a blocco” che tengono l’alta pressione ferma per settimane, anziché per giorni come succedeva un tempo, sono ormai la norma, non l’eccezione.
Quindi no, non torniamo alle estati di trent’anni fa. Punto. Chi continua a vendere la narrazione del “se facciamo i bravi torneremo al clima di prima” sta facendo populismo verde, lo specchio rovesciato del negazionismo: tanto rassicurante quanto falso. La verità, scomoda e poco fotogenica per i convegni, è che dobbiamo smettere di chiederci come fermare il cambiamento e iniziare seriamente a chiederci come conviverci senza farci massacrare ogni estate.
Questo significa cose concrete, non slogan: città pensate per il caldo (e non per il marketing della “smart city” con due alberi in piazza), reti elettriche che non vadano in blackout ogni volta che si accendono i condizionatori, ospedali e RSA pronti a gestire l’emergenza calore come gestiscono quella influenzale, agricoltura riconvertita su colture che resistano alla siccità invece di continuare a coltivare ciò che resisteva al clima di mezzo secolo fa. Mitigazione seria, prevenzione vera, adattamento intelligente. Altro che targhe alterne e bandi europei che finanziano studi di fattibilità per la fattibilità di altri studi.
La sovranità che conta davvero
E qui torno, per chi mi segue, a un tema che mi sta a cuore: la coerenza prima della linea di partito. Non mi interessa se a dirlo è la destra sovranista o la sinistra ambientalista da salotto. Mi interessa che chi amministra questo Paese (e questo continente) abbia il coraggio di dire ai cittadini la verità, anche quella che non porta voti: il clima è già cambiato, cambierà ancora, e l’unica vera battaglia che vale la pena combattere ora è quella per proteggere chi questo caldo lo sta già subendo — gli anziani nelle case senza aria condizionata, gli operai che lavorano nei campi a mezzogiorno, i bambini nelle scuole senza un minimo di climatizzazione decente.
Continuare a recitare la commedia del “fermiamo il riscaldamento globale” come se fosse ancora il 2015 e gli Accordi di Parigi fossero un punto di partenza e non, ormai, un trattato già ampiamente superato dai fatti, è solo un altro modo di non fare nulla mentre il termometro sale. Indietro non si torna. La domanda seria che nessuno vuole fare in campagna elettorale è: ci stiamo preparando per restare in piedi, o stiamo solo aspettando che passi, di nuovo, sperando che il prossimo agosto non sia ancora peggio?
Spoiler: lo sarà.
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