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Bonaccini, gli ignoranti e il classismo travestito da sociologia

C’è un genere di frase che in politica non muore mai, cambia solo il mittente ogni stagione. È la frase di chi perde e non si rassegna a chiedersi perché: “chi vota contro di noi non ha capito”. Stefano Bonaccini l’ha ripescata dal magazzino con la sicurezza di chi crede di citare un paper accademico, e invece si limita a riverniciare un vecchio disprezzo di classe con un colore nuovo. Il voto a destra, in Italia come nel resto d’Europa, sarebbe soprattutto il voto di “chi ha poco studiato”, di chi vive nelle periferie e nelle aree interne, di chi sta peggio economicamente. Lo ha detto ad Albenga, mica in un salotto radical chic di Milano, ma il salotto, si sa, è più uno stato mentale che un indirizzo.

La statistica non mente, la cornice sì

Va detto per onestà intellettuale che Bonaccini non ha inventato nulla: le analisi del voto incrociate con titolo di studio, reddito e collocazione geografica esistono davvero, dalla Brexit al doppio mandato di Trump, fino all’ascesa di Le Pen e dell’AfD tedesca. Raccontano una polarizzazione reale tra centri urbani globalizzati e periferie che quella globalizzazione l’hanno subita. Il problema non è il dato, è la cornice narrativa con cui viene servito al pubblico. Perché tradotto in linguaggio comune, quell’identikit sociologico diventa un sottotesto molto meno neutro: voi che vivete peggio, che avete studiato di meno, siete la prova vivente che noi avevamo ragione anche quando avete smesso di votarci. Un modo elegante per non fare mai l’esame di coscienza sul proprio fallimento, trasformando l’elettorato perduto non in un errore da capire, ma in un problema da correggere pedagogicamente, come si fa con un compito sbagliato.

Meloni coglie la palla, e la trasforma in clava

Giorgia Meloni ha reagito con il tempismo di chi aspettava esattamente questa frase da anni, e forse è vero. Sui social ha scritto che il suo governo non chiede titoli di studio a chi lo vota, e che quel rispetto è proprio ciò che a una certa sinistra manca. Frase efficace, applaudibilissima sotto un post, perfetta per un video da due milioni di visualizzazioni. Ma altrettanto strumentale quanto quella che critica: perché anche la destra, quando le conviene, sa essere sprezzante verso chi non la pensa come lei, salvo indossare la maschera del popolo tradito ogni volta che qualcuno a sinistra apre bocca. Il rispetto invocato oggi da chi guida il governo è lo stesso che sparisce quando si tratta di raccontare chi scende in piazza contro le sue riforme, o chi critica le sue posizioni su fine vita, unioni civili, transizione di genere per i minori: lì la narrazione cambia rotta in fretta, e il cittadino che “ha studiato sulla propria pelle” diventa all’occorrenza un’élite ideologizzata da compatire, quando non da irridere.

Il voto non di tutti, ma maggioritario, tra coloro che hanno un po’ meno titoli di studio, tra chi sta peggio economicamente e tra chi vive nelle aree interne, nelle campagne, nelle periferie delle città.

È questa, in sintesi, la ricostruzione che Bonaccini ha offerto a difesa di sé, sostenendo che la frase fosse stata estrapolata da un ragionamento più ampio sul fallimento della sinistra occidentale nel rappresentare chi ha meno opportunità. Un distinguo che regge sulla carta, ma che non cancella il fatto che la sintesi mediatica, quella destinata a restare, era già uscita dalla sua bocca prima ancora che qualcuno la tagliasse.

Il vero materiale che nessuno dei due ha studiato

Il punto che né Bonaccini né Meloni hanno interesse a fare fino in fondo è che il travaso di voti verso le destre in Occidente negli ultimi dieci anni non è un mistero da spiegare con la pagella scolastica, ma la conseguenza diretta di politiche economiche e sociali che hanno prodotto perdenti reali, concreti, misurabili. Una sinistra che ha smesso da tempo di rappresentarli senza mai ammetterlo fino in fondo, e una destra che li rappresenta a parole molto più di quanto faccia nei numeri di bilancio. Bonaccini sfiora questa verità scomoda, poi scivola sulla buccia di banana del “chi ha studiato meno”, regalando all’avversario l’assist perfetto per non parlare mai di ciò che il suo governo, in questi anni, non ha risolto per quelle stesse periferie che oggi dice di rispettare tanto.

Alla fine la vera lezione di questa settimana non riguarda il livello di istruzione degli elettori italiani, ma quello dei loro rappresentanti. Entrambi hanno dimostrato di aver studiato benissimo una sola materia: il tornaconto comunicativo del giorno. Gli italiani, quelli veri, restano fuori dall’aula.


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