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Adunata Alpini: Tradizione Eroica o Sequestro di Persona Urbano?

​Ogni anno, puntuale come una cambiale o un’allergia primaverile, scatta l’ora dell’Adunata Nazionale degli Alpini. Una macchina da guerra (si fa per dire) che si sposta di città in città, portando con sé un carico di penne nere, cori polifonici e, soprattutto, una logistica che farebbe impallidire un piano d’evacuazione nucleare. Ma è giunto il momento di chiederci: ha ancora senso tutto questo?

​1. La città sotto assedio (e i residenti in ostaggio)

​Per tre giorni, la città ospitante smette di essere un centro urbano e diventa un gigantesco accampamento a cielo aperto. Strade chiuse, autobus deviati, scuole sbarrate e parcheggi che diventano mitologici come l’unicorno. Se sei un residente e avevi l’ardire di voler andare a fare la spesa o, follia pura, recarti al lavoro, hai due opzioni:

  • ​Prenderti tre giorni di ferie forzate e scappare in Tibet.
  • ​Imparare a teletrasportarti.

​È affascinante come il “senso civico” celebrato dal corpo degli Alpini si traduca spesso nel blocco totale della vita dei civili che in quella città ci vivono e pagano le tasse tutto l’anno.

​2. Il mito dei “vecchi festaioli” e la via del vino

​Siamo onesti: l’immagine del fiero montanaro che salva persone dalle valanghe sta cedendo il passo a quella del nonno nostalgico che cerca di battere il record mondiale di tasso alcolemico prima di mezzogiorno. Le vie del centro si trasformano in un’enorme “vinoterapia” collettiva, dove l’odore di urina e vino scadente spesso sovrasta quello della storia e della tradizione.

​Vedere migliaia di persone di una certa età che festeggiano con un entusiasmo degno di un concerto rock è anche ammirevole, per carità. Ma quando la celebrazione diventa un pretesto per trasformare una piazza storica in una taverna degradata, forse il limite della decenza è stato superato da un pezzo.

​3. Nostalgia vs. Realtà Moderna

​C’è un divario generazionale che ormai è un abisso. Da una parte, i partecipanti che vivono nel ricordo di una naja che non esiste più; dall’altra, i cittadini moderni che devono fare i conti con ritmi di vita che non prevedono di restare bloccati nel traffico perché un plotone di reduci (più o meno autentici) ha deciso di intonare “Sul cappello che noi portiamo” in mezzo a un incrocio strategico.

Il punto è semplice: la tradizione è un valore, ma non può essere un lasciapassare per il caos. Esasperare gli abitanti locali in nome di una fratellanza che si manifesta principalmente attraverso fiumi di Prosecco e cori fuori tempo non è esattamente il modo migliore per onorare la memoria di un corpo glorioso.

​In conclusione

​Sarebbe forse il caso di ripensare queste manifestazioni in luoghi più consoni — magari ampie aree dedicate o poli fieristici — invece di sequestrare centri storici che non hanno né lo spazio né la pazienza per gestire un’invasione di tale portata.

​Meno blocchi stradali, meno sbronze moleste e un po’ più di rispetto per chi, di lunedì mattina, non ha nessuna voglia di scalare il Gran Sasso per arrivare in ufficio.

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