C’è un momento, in ogni estate italiana, in cui la RAI torna al centro della scena. Di solito succede quando qualcuno sposta una poltrona, quando un direttore di testata cambia casacca politica come si cambia camicia, o quando un conduttore viene promosso, retrocesso o mandato in esilio a seconda di chi comanda quella settimana a Viale Mazzini. Quest’anno il copione si è ripetuto puntuale, con l’ennesimo “scazzo” — la parola è testuale, e non è nemmeno la più colorita che si potesse usare — tra le forze politiche per spartirsi poltrone, reti e telegiornali.
Stavolta però, in mezzo al solito valzer di nomine e veti incrociati, si è alzata una voce che non ha chiesto una fetta più grande della torta. Ha chiesto di buttare via la torta.
La proposta: vendetela, e possibilmente a chi viene da fuori
Luigi Marattin, segretario del Partito Liberaldemocratico, ha scelto i social per essere chiaro fino alla brutalità: la RAI va venduta, subito, e idealmente a editori stranieri. Non perché gli editori stranieri siano automaticamente migliori in astratto, ma perché — dice lui — sarebbero più probabilmente estranei al gioco tutto italiano di lottizzazione che trasforma il servizio pubblico in un bottino da spartire tra maggioranza e opposizione a ogni cambio di governo.
La diagnosi di Marattin è tanto semplice quanto scomoda: la rissa sulla RAI non è mai stata, in nessuna epoca della Repubblica, una battaglia per la qualità dell’informazione. È una gara tra politici per decidere chi controlla lo strumento con cui, in teoria, si informano milioni di italiani e con cui, in pratica, li si può anche un po’ orientare, plasmare, addomesticare. Il servizio pubblico come proprietà contesa, non come bene comune.
Il controllo della tv pubblica non è mai stato, per la politica italiana, un mezzo per informare meglio i cittadini: è stato un potere da spartirsi.
Un’idea antica quanto la Prima Repubblica
Chi ha buona memoria — o semplicemente ha letto un libro di storia della televisione italiana — sa che questa non è un’invenzione dell’estate 2026. Se ne parlò già negli anni Novanta, si arrivò persino a un referendum, nel 1995, con un quesito che chiedeva proprio l’abrogazione della proprietà pubblica della RAI. Vinse il sì. E poi? Poi il Parlamento si guardò bene dal darvi seguito, il dibattito si sgonfiò in pochi mesi e tutto tornò come prima, con la sola differenza che ora anche la memoria di quel voto è diventata un aneddoto da citare nei convegni.
Trent’anni dopo la storia si ripete quasi identica: proposte roboanti, titoli di giornale, indignazione mirata, e poi il nulla. Perché la lottizzazione, checché se ne dica nei talk show, non è un difetto del sistema che nessuno sa come correggere. È una funzione che il sistema svolge benissimo, per chi lo governa di volta in volta.
Perché nessuno la privatizza davvero
Ed è qui che la proposta di Marattin, per quanto suoni scandalosa alle orecchie di chi vive di RAI e con la RAI, tocca un nervo che nessun altro partito — di destra, di centro o di sinistra — ha interesse reale a toccare. Perché privatizzare la RAI significherebbe rinunciare per sempre a uno strumento di consenso spendibile, a un bacino di nomine con cui ripagare fedeltà, a un megafono che, quando serve, si può orientare senza nemmeno dover fare troppa fatica.
Nessun governo, di nessun colore, ha mai avuto davvero interesse a smontare questo giocattolo. Anche chi in campagna elettorale strilla contro la lottizzazione degli avversari, una volta al potere, scopre in fretta quanto sia comodo avere un telegiornale amico.
Il rischio della scorciatoia perfetta
Detto questo, sarebbe ingenuo trasformare “vendetela agli stranieri” in una soluzione magica priva di controindicazioni. Un servizio pubblico, quando funziona, ha un valore che va oltre il bilancio: produzione culturale, informazione capillare sui territori, un contratto di servizio che — sulla carta — impone obblighi che un editore privato, italiano o straniero che sia, non ha alcun motivo di rispettare se non fa comodo al suo conto economico. La storia dei grandi gruppi editoriali passati di mano negli ultimi anni insegna che “straniero” non è automaticamente sinonimo di “imparziale”: è solo, nella migliore delle ipotesi, meno interessato alle beghe di Palazzo Chigi.
Ma la forza della provocazione di Marattin non sta nella ricetta in sé, quanto nella domanda scomoda che pone a tutti gli altri: se la lottizzazione è un problema così grave da denunciare ogni volta che tocca agli avversari, perché nessuno propone mai di smontarla davvero quando tocca a sé?
La risposta, purtroppo, la conosciamo già. E non ha bisogno di essere scritta in un post sui social per essere vera.
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