Il paradosso di Modena: tra eroi inattesi, integrazioni fantasma e i soliti buchi neri dello Stato
Se cercate una metafora perfetta dell’Italia di oggi, la cronaca di Modena di sabato scorso ve la serve su un piatto d’argento, condita con una dose massiccia di dramma e ironia della sorte. Un uomo lancia l’auto a tutta velocità su via Emilia Centro, travolge i pedoni, scende e accoltella chi capita. Un bilancio terribile: otto feriti, di cui quattro gravissimi. Fin qui, purtroppo, è la tragica cronaca di una follia. Ma è quello che è successo un secondo dopo a smascherare i nostri cliché e a sollevare domande che la politica preferirebbe evitare.
La “Strana Coppia” della legalità: un italiano e due egiziani
Mentre l’attentatore – il 31enne Salim El Koudri – cercava di completare la sua folle opera, a fermarlo non è stato un battaglione di corpi speciali, ma il coraggio spontaneo di tre passanti. E qui il copione della retorica da talk show si inceppa clamorosamente. A bloccare l’aggressore, infatti, ci hanno pensato Luca Signorelli (un cittadino italiano che si è preso pure una coltellata alla testa nel tentativo) e due cittadini egiziani.
Sissignore, avete letto bene. Due egiziani. Quelli che, secondo la narrativa standard da social media, dovrebbero rappresentare la minaccia alla nostra sicurezza, si sono buttati nella mischia per difendere la comunità da un cittadino italiano. Il ministro Tajani ha persino proposto la medaglia al valor civile per tutti e tre. Un quadretto perfetto che ride in faccia a chiunque cerchi di dividere il mondo in “noi” e “loro” basandosi solo sul passaporto.
Dubbio n.1: La nascita non fa l’integrazione (e la laurea nemmeno)
E veniamo all’attentatore. Salim El Koudri ha 31 anni, una laurea in Economia in tasca ed è nato a Bergamo. Italiano a tutti gli effetti di legge e di documenti. Eppure, la violenza cieca che ha dimostrato ci costringono a porci una domanda scomoda: cosa significa davvero “integrazione”?
Se un ragazzo nasce in Italia, cresce qui, studia qui e si laurea in un’università nostrana, ma finisce comunque per considerare la folla del sabato pomeriggio come birilli da abbattere, abbiamo un problema strutturale. Significa che l’integrazione non è un processo automatico che si risolve con un pezzo di carta o con lo Ius Soli. C’è un vuoto pneumatico a livello sociale e culturale che le nostre istituzioni non sanno né leggere né colmare. Essere italiani per l’anagrafe serve a poco se poi si vive da fantasmi ai margini emotivi della società.
Dubbio n.2: Il buco nero della salute mentale in Italia
Ma il vero capolavoro del nostro sistema – e qui il sarcasmo si fa decisamente amaro – riguarda la gestione della salute mentale. Si è scoperto quasi subito che il trentunenne era già in cura per gravi problemi psichiatrici.
Il grande classico italiano: sappiamo che una persona è instabile, sappiamo che è potenzialmente pericolosa, ma aspettiamo che prenda una macchina e tenti una strage prima di accorgercene sul serio.
Il sistema sanitario italiano sulla salute mentale non ha una semplice falla: ha un buco nero delle dimensioni di una galassia. I dipartimenti di salute mentale sono svuotati, privi di fondi, incapaci di fare un monitoraggio reale sul territorio. Un uomo con evidenti disturbi viene lasciato libero di vagare, di guidare e di covare risentimento fino all’esplosione finale. Le istituzioni, puntuali come sempre, si muovono solo ex-post, mandando le massime cariche dello Stato a fare le visite di rito in ospedale per metterci una pezza emotiva a favore di telecamera.
Un finale da decifrare
La tragedia di Modena ci lascia con tanto dolore e una certezza: la realtà è sempre più complessa degli slogan elettorali. Abbiamo un “italiano” che fa una strage e due “stranieri” che lo fermano insieme a un eroe locale. E in mezzo, uno Stato che continua a ignorare i segnali di una sanità mentale al collasso. La prossima volta che sentirete gridare alla “sicurezza” in TV, ricordatevi di via Emilia Centro.

