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Cremona e provincia, quattro mesi di maltempo: quello che si è visto e quello che resta a marcire sul ciglio della strada

Da Maggio a oggi il Cremonese ha collezionato più bollettini di guerra atmosferica che stagioni intere. Grandine a Soresina il 18 maggio, campi di mais rasi al suolo tra Soresina e Pizzighettone il 29, un altro schiaffo a San Giovanni in Croce ai primi di giugno. Poi luglio, il mese in cui la provincia ha preso due colpi quasi in sequenza: il 15, un fronte di vento con raffiche fino a 150 km/h che ha attraversato la fascia Cremonese-Bergamasca-Mantovana, proprio il corridoio che passa da Isola Dovarese, Torre de’ Picenardi e Pessina Cremonese verso il Mantovano — alberi sradicati, pali divelti, la Statale 10 Padana Inferiore chiusa a Marcaria per allagamenti e piante cadute, un grosso albero rimasto sospeso su un cavo telefonico a Mantova. Cinque giorni dopo, il 20 luglio, un’altra supercella ha scaricato grandine fino a 8-10 centimetri di diametro tra Lodigiano, Cremonese, Bresciano e Mantovano, devastando in particolare la zona a sud di Crema e colpendo pesantemente anche il cimitero monumentale di Cremona. E poi, il 28 agosto, il colpo che ha fatto saltare ogni statistica precedente: una supercella con tromba d’aria che ha piegato la città di Cremona in un pomeriggio. Quarantatré feriti, dodici famiglie sfollate, diecimila auto danneggiate dalla grandine grossa come palle da golf, migliaia di alberi a terra. Il Duomo e il Torrazzo colpiti, la guglia della Cattedrale crollata, il tetto della torre civica del Comune giù, dieci chiese danneggiate. Mattarella ha chiamato il sindaco per telefono. Bel gesto, per carità. Ma un telefono non rimette in piedi un palo della luce.

Perché è qui che la storia smette di essere un bollettino e diventa una domanda scomoda: cosa è stato davvero sistemato, e cosa è stato semplicemente spostato quel tanto che basta per non far più notizia?

Il capitolo dei simboli: veloce, visibile, fotogenico

Sulla Cattedrale l’intervento sulla guglia danneggiata è stato completato, il tetto del Duomo bonificato. Ha senso: il Torrazzo è la cartolina della città, non poteva restare sventrato mentre arrivavano telecamere e ministri in visita. Anche i semafori, altro simbolo di normalità urbana, sono stati trattati con la stessa urgenza mediatica: gli incroci più critici: Platani-Dante, Risorgimento, Libertà, Sesto-Seminario, sono tornati operativi già nei primi giorni di settembre, con la promessa di chiudere il ripristino completo della rete entro la settimana. Bravi, davvero. Un semaforo rotto si vede, blocca il traffico, genera lamentele immediate e assessori nervosi. È il tipo di danno che si ripara in fretta perché costa in visibilità politica, non perché sia il più grave.

Il capitolo che non fotografa nessuno: pali, linee e ciglio della strada

Poi c’è tutto il resto, quello che non finisce nei servizi del telegiornale perché non ha una torre campanaria da mostrare in controluce. I danni a semafori e illuminazione pubblica sono stati stimati in circa centomila euro: una decina di semafori rovinati, oltre un chilometro di linee elettriche abbattute, una quindicina di pali a terra. Per i semafori, tempi ragionevoli. Per la sostituzione dei pali? Fine anno. Cioè: chi cammina o guida in certe zone della città si porta a casa mesi di pali piegati o assenti, cavi che pendono, marciapiedi improvvisati, e la giustificazione istituzionale è la burocrazia degli appalti, non l’urgenza del pericolo. Un palo divelto lasciato lì da agosto a dicembre non è un ritardo tecnico, è una scelta di priorità.

E gli alberi. Qui il copione si ripete identico a ogni ondata, non solo con la supercella di agosto: interi tronchi vengono spostati quel poco che serve per liberare la carreggiata e poi abbandonati sul bordo strada, ammassati sul ciglio, spesso a ridosso di scarpate già indebolite dall’acqua. Nella zona tra Pieve San Giacomo e Cicognolo, così come sulla provinciale tra Levata e Gadesco Pieve Delmona, la caduta di alberi ha provocato smottamenti del ciglio stradale che restano lì, segnalati e poi dimenticati, in attesa di un intervento strutturale che nessuno sa quando arriverà. Non è manutenzione, è rimozione dell’ostacolo visivo. La differenza è sostanziale: la prima previene il prossimo danno, la seconda si limita a nascondere l’ultimo.

Una settimana dopo la supercella, in prefettura si dichiara chiusa “la fase emergenziale più immediata”. Nello stesso comunicato si ammette che gli interventi ancora da fare sono numerosi, in particolare sulle alberature. Chiudere l’emergenza mentre restano duecentotrenta interventi in sospeso non è gestione, è comunicazione.

Il conto che nessuno vuole leggere fino in fondo

Al primo settembre risultavano ancora circa 251 interventi da eseguire da parte dei Vigili del Fuoco. Il 2 settembre il numero era sceso a circa 230, con una media di 50-70 interventi giornalieri: un trend che “si stabilizza”, dicono, ma che in pratica significa settimane ancora di lavoro su alberi pericolanti, coperture compromesse e strutture da mettere in sicurezza. La chiesa di San Marcellino ha ancora la copertura gravemente compromessa. Oltre cinquecento finestre danneggiate in città aspettano sostituzione. Sulle scuole, i controlli assicurano che i danni strutturali sono circoscritti, il che è una buona notizia detta nel modo più freddo possibile, proprio mentre si avvicinava la data di riapertura dell’anno scolastico.

Sul fronte agricolo, la ferita è ancora più vecchia e ancora più ignorata: i danni di maggio a Soresina e Pizzighettone, i campi di mais rasi al suolo dalla grandine, non hanno la stessa capacità di generare emergenza mediatica di una guglia crollata in centro città. Eppure per chi ci vive di quei campi il danno non è estetico, è il bilancio dell’anno. Coldiretti lo aveva segnalato già a maggio parlando apertamente di tropicalizzazione del clima e di sfasamenti stagionali sempre più frequenti. E il copione dei pali abbattuti lungo il corridoio verso il Mantovano, già visto il 15 luglio, si è ripresentato identico ad agosto: cambia la data, cambia il nome del comune colpito, ma il palo resta piegato con la stessa rassegnazione. Cinque mesi dopo, la sensazione è che l’unica cosa davvero “sistemata” in fretta sia stata l’attenzione pubblica, spostata di volta in volta sull’emergenza più fotogenica del momento.

La domanda che resta aperta

Non si tratta di negare lo sforzo messo in campo: oltre cinquecento interventi tecnici urgenti in regione, l’Esercito schierato con trenta militari al giorno del reggimento Decimo Guastatori, la Protezione Civile e i tecnici comunali che si sono mossi con una velocità che va riconosciuta. Il punto è un altro: la gerarchia delle priorità. Quello che si vede da una piazza o da un telegiornale viene sistemato per primo. Quello che sta ai margini, un palo piegato in una via secondaria, un tronco lasciato a marcire sul bordo di una provinciale, uno smottamento non consolidato, resta lì, in attesa che qualcuno inciampi, o che arrivi la prossima ondata a peggiorare tutto da capo. E in una provincia che tra maggio e settembre ha già collezionato almeno cinque episodi di maltempo estremo, il “da capo” non è un’ipotesi remota. È il calendario dell’anno prossimo.


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