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Cremona in ginocchio, lo Zini acceso: la partita che non doveva giocarsi

Una tromba d’aria non è un contrattempo. È una città che perde pezzi del suo Duomo, una torre civica scoperchiata, alberi sradicati, quaranta feriti, un blackout, i treni fermi e un sindaco che sui social ammette che il danno è peggiore di quello di un mese fa. Eppure venerdì sera, mentre la Protezione Civile contava i disastri e i Vigili del Fuoco correvano da un tetto crollato a un allagamento, allo stadio Zini si aprivano i cancelli. Ore 19:30. Cremonese-Modena, calcio d’inizio alle 20:30, come da programma. Come se nulla fosse.

Non è una polemica sul calcio. È una domanda semplice, che a Cremona in queste ore qualcuno avrebbe dovuto porsi prima di aprire i tornelli: quando una città viene colpita in pieno centro storico, con crolli su edifici monumentali e mezza rete viaria bloccata da detriti, ha senso impegnare le forze dell’ordine, le stesse che servono per gestire la viabilità, i controlli, la sicurezza dei cantieri d’emergenza su una partita di calcio, invece che lasciarle libere di occuparsi del disastro?

Sdoppiati, non moltiplicati

Le cronache locali lo scrivono senza troppi giri di parole: le forze dell’ordine sono state “costrette a sdoppiarsi tra città e stadio”. È una frase che dovrebbe far riflettere più di mille comunicati istituzionali. Sdoppiarsi non significa avere il doppio delle risorse, significa dividere quelle che già non bastavano. Mentre la macchina dei soccorsi lavorava su alberi caduti, tetti scoperchiati e una torre civica che rischia di perdere pezzi di storia vecchia otto secoli, una fetta di quegli uomini e quelle donne in divisa è stata destinata a presidiare gradinate e parcheggi per una partita di Serie B che, va detto con altrettanta chiarezza, si poteva rinviare senza che il campionato ne risentisse minimamente.

Non c’era nessuna allerta meteo per la serata, questo va detto per onestà: il bollettino della Protezione Civile per la zona di Cremona segnava codice verde. Ma la domanda non riguarda il rischio meteorologico delle 20:30, riguarda il buon senso delle 19:30, quando la città era già in ginocchio e la priorità assoluta avrebbe dovuto essere una sola: liberare ogni risorsa disponibile per l’emergenza in corso.

Chi decide, e perché

Non risulta che qualcuno, tra le autorità competenti, abbia seriamente valutato il rinvio. La Lega Serie B non lo ha chiesto, il Comune non lo ha imposto, la società non lo ha proposto. Ognuno ha scaricato la responsabilità sul silenzio degli altri, e alla fine ha prevalso l’inerzia più comoda: si gioca, tanto lo stadio è lì, i biglietti sono venduti, gli abbonamenti sono un record, e fermare la macchina organizzativa di un evento sportivo è sempre più complicato che fermare, che so, l’ennesima riunione d’urgenza rimandata a domattina.

Il Centro Operativo Comunale si riunirà solo sabato mattina per fare il punto sui danni. Bene, ma allora perché la macchina organizzativa del calcio ha trovato il tempo di riunirsi e decidere in tempo reale, venerdì sera, che la partita si giocava comunque? È qui che si misura la differenza tra ciò che viene trattato come priorità assoluta e ciò che viene trattato come priorità negoziabile in una città che sta ancora contando i danni.

Il prezzo di un pallone

Nessuno chiede di trasformare Cremona in una città blindata dopo ogni temporale. Ma un evento che richiede il presidio di forze dell’ordine, in una sera in cui quelle stesse forze sono già impegnate su fronti ben più urgenti, avrebbe meritato una valutazione diversa da un semplice “si gioca”. Non è mancanza di rispetto per il calcio, è mancanza di rispetto per chi, quella sera, avrebbe avuto bisogno di più uomini per strada e ne ha trovati meno perché altrove, sotto i riflettori dello Zini, si stava celebrando la normalità come se il Duomo non avesse perso una guglia poche ore prima.

Cremona in ginocchio, lo Zini acceso: la partita che non doveva giocarsi

Una tromba d’aria non è un contrattempo. È una città che perde pezzi del suo Duomo, una torre civica scoperchiata, alberi sradicati, quaranta feriti, un blackout, i treni fermi e un sindaco che sui social ammette che il danno è peggiore di quello di un mese fa. Eppure venerdì sera, mentre la Protezione Civile contava i disastri e i Vigili del Fuoco correvano da un tetto crollato a un allagamento, allo stadio Zini si aprivano i cancelli. Ore 19:30. Cremonese-Modena, calcio d’inizio alle 20:30, come da programma. Come se nulla fosse.

Non è una polemica sul calcio. È una domanda semplice, che a Cremona in queste ore qualcuno avrebbe dovuto porsi prima di aprire i tornelli: quando una città viene colpita in pieno centro storico, con crolli su edifici monumentali e mezza rete viaria bloccata da detriti, ha senso impegnare le forze dell’ordine — le stesse che servono per gestire la viabilità, i controlli, la sicurezza dei cantieri d’emergenza — su una partita di calcio, invece che lasciarle libere di occuparsi del disastro?

Sdoppiati, non moltiplicati

Le cronache locali lo scrivono senza troppi giri di parole: le forze dell’ordine sono state “costrette a sdoppiarsi tra città e stadio”. È una frase che dovrebbe far riflettere più di mille comunicati istituzionali. Sdoppiarsi non significa avere il doppio delle risorse, significa dividere quelle che già non bastavano. Mentre la macchina dei soccorsi lavorava su alberi caduti, tetti scoperchiati e una torre civica che rischia di perdere pezzi di storia vecchia otto secoli, una fetta di quegli uomini e quelle donne in divisa è stata destinata a presidiare gradinate e parcheggi per una partita di Serie B che, va detto con altrettanta chiarezza, si poteva rinviare senza che il campionato ne risentisse minimamente.

Non c’era nessuna allerta meteo per la serata, questo va detto per onestà: il bollettino della Protezione Civile per la zona di Cremona segnava codice verde. Ma la domanda non riguarda il rischio meteorologico delle 20:30, riguarda il buon senso delle 19:30, quando la città era già in ginocchio e la priorità assoluta avrebbe dovuto essere una sola: liberare ogni risorsa disponibile per l’emergenza in corso.

Chi decide, e perché

Non risulta che qualcuno, tra le autorità competenti, abbia seriamente valutato il rinvio. La Lega Serie B non lo ha chiesto, il Comune non lo ha imposto, la società non lo ha proposto. Ognuno ha scaricato la responsabilità sul silenzio degli altri, e alla fine ha prevalso l’inerzia più comoda: si gioca, tanto lo stadio è lì, i biglietti sono venduti, gli abbonamenti sono un record, e fermare la macchina organizzativa di un evento sportivo è sempre più complicato che fermare, che so, l’ennesima riunione d’urgenza rimandata a domattina.

Il Centro Operativo Comunale si riunirà solo sabato mattina per fare il punto sui danni. Bene, ma allora perché la macchina organizzativa del calcio ha trovato il tempo di riunirsi e decidere in tempo reale, venerdì sera, che la partita si giocava comunque? È qui che si misura la differenza tra ciò che viene trattato come priorità assoluta e ciò che viene trattato come priorità negoziabile in una città che sta ancora contando i danni.

Il prezzo di un pallone

Nessuno chiede di trasformare Cremona in una città blindata dopo ogni temporale. Ma un evento che richiede il presidio di forze dell’ordine, in una sera in cui quelle stesse forze sono già impegnate su fronti ben più urgenti, avrebbe meritato una valutazione diversa da un semplice “si gioca”. Non è mancanza di rispetto per il calcio, è mancanza di rispetto per chi, quella sera, avrebbe avuto bisogno di più uomini per strada e ne ha trovati meno perché altrove, sotto i riflettori dello Zini, si stava celebrando la normalità come se il Duomo non avesse perso una guglia poche ore prima.

Fonti: ANSA, Adnkronos, Il Fatto Quotidiano, AGI, Cremonaoggi, CremonaSport.


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