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Rincoglioniti in Diretta (Il Vero Successo di Temptation Island)

Temptation Island è tornato, e con lui il rito collettivo dell’estate: milioni di italiani incollati allo schermo a guardare gente che non sa coniugare i verbi discutere di sentimenti come se fossero filosofi. Lo share vola, i social esplodono, e noi facciamo finta di stupirci. Non c’è niente da stupirsi. È tutto perfettamente logico, ed è proprio questo il problema.

Il prodotto: ignoranza in prima serata, spacciata per autenticità

Partiamo dal presupposto che nessuno guarda Temptation Island per assistere a un dibattito sulla fenomenologia dell’amore contemporaneo. Lo guardiamo per lo stesso motivo per cui rallentiamo davanti a un incidente in autostrada: c’è un piacere morboso, quasi antropologico, nel vedere l’essere umano ridotto al suo stato più grezzo. Fidanzati che urlano “MA TU CHI SEI” senza sapere loro stessi la risposta, tentatori muscolosi che parlano come se ogni frase fosse un post motivazionale scritto da un algoritmo scarso, falò che sembrano più riti tribali che confronti di coppia.

Il programma non seleziona persone intelligenti per un motivo semplicissimo: le persone intelligenti non farebbero ascolti. Il conflitto emotivo gestito con lucidità è noioso. Il dramma ha bisogno di gente che reagisce di pancia, che non elabora, che sbrocca in diretta. E qui arriva il primo, comodo alibi collettivo: “ma tanto è tutto costruito”. Vero, in parte. Ma il fatto che sia costruito non ci assolve dal fatto che milioni di persone lo guardino, lo commentino, lo vivano come se fosse la propria vita sociale.

Il vero prodotto in vendita non è l’amore, siamo noi

Qui sta il punto che nessuno vuole ammettere: Temptation Island non vende sentimenti, vende superiorità morale a basso costo. Ogni spettatore, comodamente sdraiato sul divano con il telefono in mano, si sente automaticamente più intelligente, più maturo, più “sano” di quelle coppie. È un meccanismo perfetto: più i protagonisti sono rozzi, più noi ci sentiamo raffinati per contrasto. Non serve leggere un libro, basta guardare qualcuno che ne legge meno di noi.

Il successo del programma non dipende dalla qualità del contenuto, ma dalla sua funzione sociale: è terapia di gruppo travestita da intrattenimento. Ci si rincoglionisce insieme, in diretta, su Twitter, su TikTok, nei gruppi WhatsApp di famiglia. E più siamo in tanti a farlo, più ci sentiamo legittimati a farlo. La stupidità condivisa smette di sembrare stupidità e diventa “fenomeno culturale”, “tormentone dell’estate”, “quel programma di cui parlano tutti”.

La responsabilità non è (solo) di chi lo produce

Sarebbe facile prendersela con Maria De Filippi e la sua macchina da guerra televisiva, ma sarebbe anche disonesto. Il format funziona perché noi lo alimentiamo, lo cerchiamo, lo pretendiamo. Se domani gli ascolti crollassero, sparirebbe in tre stagioni. Non è sparito, anzi si moltiplica: Temptation Island, Uomini e Donne, Grande Fratello, un intero ecosistema costruito sulla stessa materia prima, la nostra fame di vedere gli altri comportarsi peggio di noi.

Il problema non è il programma. Il problema è che abbiamo normalizzato l’idea che l’intrattenimento debba per forza passare dall’umiliazione altrui, e che questa umiliazione sia più godibile quanto più i protagonisti sono impreparati a gestirla. Non è satira, non è critica sociale, non è nemmeno guilty pleasure onesto. È semplicemente il funerale del pensiero critico, mandato in onda in prima serata, con la sigla e tutto.

E quindi sì, ci rincoglioniamo tutti a guardarlo. La differenza è che alcuni lo fanno sapendo esattamente cosa stanno guardando, altri credono davvero di aver assistito a qualcosa di significativo. Tra i due gruppi, onestamente, non so quale mi preoccupi di più.

Vady


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